| SCHEDE SULLE MINORANZE TUTELATE DALLA LEGGE 482/1999 (in collaborazione con Fiorenzo Toso) |
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Català (catalano) Tipologia linguistica: indoeuropeo, neolatino. Il catalano è diffuso anzitutto nella Catalogna spagnola, nelle Isole Baleari, in parte dellAragona, nel Principato di Andorra, nel Roussillon francese e nella Comunità Valenciana: qui assume la denominazione di valenciano e dispone di uno standard basato sulla varietà locale. Lingua di antiche tradizioni letterarie e culturali, il catalano conobbe una renaixensa ("rinascimento") ottocentesca, ed è attualmente, dopo la difficile fase del regime franchista, lingua coufficiale dello stato spagnolo, dotata di prerogative e di forme di utilizzo pubblico che ne fanno uno degli idiomi minoritari più vitali e meglio tutelati in Europa. Diffusione in Italia: il catalano è parlato nella città di Alghero (LAlguer), sulla costa nord-occidentale della Sardegna, in provincia di Sassari. La presenza di questisola linguistica risale al 1353, anno in cui la città, fino ad allora colonia genovese, fu conquistata dallammiraglio Bernat de Cabrera e ripopolata (soprattutto a partire dal 1372) da elementi originari della Catalogna, delle Baleari e del Regno di València. Luso del catalano prosperò nei secoli della dominazione aragonese e poi spagnola sulla Sardegna, favorito anche da intensi traffici commerciali con la madrepatria e dal particolare statuto della città, che costituì a lungo una sorta di corpo separato rispetto al retroterra. Considerazioni generali: a livello tipologico, lalgherese viene considerato una sottovarietà del gruppo dialettale orientale del catalano, dotata di alcuni caratteri arcaici e variamente esposta a un consistente influsso lessicale sia sardo che italiano: esso non ne ha tuttavia snaturato le caratteristiche originarie. In seno al movimento di tutela e valorizzazione della parlata locale, vi è una forte tendenza allespunzione delle peculiarità più spiccatamente vernacolari, nel tentativo di attuare un raccordo (soprattutto nelluso scritto e a livello didattico) con il "tetto" linguistico rappresentato dallo standard in uso nella Catalogna spagnola. Il catalano di Alghero ha espresso negli ultimi decenni segnali importanti di vitalità nella pratica letteraria. Consistenza numerica: su una popolazione complessiva di circa 40.000 abitanti, le persone che parlano catalano sono stimate (in eccesso) circa 20.000, tutte bilingui. Ad Alghero è diffuso anche il sardo, parlato principalmente da immigrati recenti. Status: in base alle normative di legge, il catalano è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano e dalla Regione Autonoma della Sardegna. Tale riconoscimento non si è ancora concretizzato, tuttavia, in forme di tutela e valorizzazione direttamente promosse dalle autorità centrali e regionali. Utilizzo pubblico: al momento attuale il catalano non trova utilizzo nella pubblica amministrazione; è stato tuttavia adottato il bilinguismo nella toponomastica cittadina. Educazione: ad Alghero non esiste un regolare insegnamento di lingua catalana, ma esperimenti pilota, al di fuori degli orari normali di lezione, si tengono ormai da tempo a livello di scuole secondarie e di scuole primarie. Le associazioni di cultura locale promuovono corsi di catalano per adulti. In Italia, la lingua e la letteratura catalana vengono insegnate a livello universitario con riferimento alla tradizione culturale della Catalogna spagnola. Media: Radio e periodici locali fanno spesso uso del catalano accanto allitaliano; il bimestrale "LAlguer" è redatto interamente in catalano. Hrvatski (croato)
Consistenza numerica: sulla base dei risultati del censimento ISTAT del 2001, la popolazione residente è pari a 2.081 unità (totale prov. Campobasso 227.090), distribuita nei tre comuni di Acquaviva Collecroce (800 ab.) Montemitro (468 ab.) San Felice del Molise (813 ab.). Si tratta verosimilmente della più piccola comunità alloglotta presente in Italia. Status: in base alle normative di legge, il croato è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano, che ha anche sottoscritto accordi di reciprocità con la Croazia per la tutela delle minoranze sui rispettivi territori; inoltre, la valorizzazione della lingua e della cultura croata è prevista dalle normative di legge della Regione Molise. Tali forme di riconoscimento non si sono ancora concretizzate, tuttavia, in forme di effettiva tutela direttamente promosse dalle autorità centrali e regionali. Utilizzo pubblico: al momento attuale il croato non viene utilizzato nella pubblica amministrazione; la lingua minoritaria trova un parziale impiego nella toponomastica locale. Educazione: percorsi di tutela della lingua minoritaria hanno interessato soprattutto l'istruzione. Da diversi anni, infatti, il croato molisano è entrato nella scuola elementare e media inferiore dei tre comuni; tuttavia l'esperienza, che attualmente continua a svolgersi, ha subito alcune interruzioni e non sempre è stata accettata. Media: si sono avute in passato esperienze editoriali in croato molisano, che sono state però poi per mancanza di fondi; attualmente una sezione riguardante la comunità croata del Molise è presente nella rivista "Kamastre" che presenta una più ampia sezione dedicata alla comunità arbèreshe del Molise; la rivista è però in italiano. Non risultano trasmissioni radiotelevisive in lingua croata. |
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Tipologia linguistica: indoeuropeo, neolatino. La distanza tipologica (e in particolare gli aspetti arcaici della latinità insulare) rispetto allitaliano e alle altre lingue romanze, fanno tradizionalmente considerare i dialetti sardi come un gruppo a sé stante nel sistema degli idiomi neolatini. Il sistema delle varietà sarde presenta notevoli differenze al suo interno: larea centrale, logudorese e nuorese, è quella che offre le caratteristiche più spiccate di originalità, ma il legame con il tipo dialettale meridionale, o campidanese, resta comunque forte. Diversa è la situazione di due gruppi dialettali parlati nella parte settentrionale della Sardegna, il gallurese e il sassarese: essi riflettono condizioni più simili allarea còrsa e al toscano, e si considerano il frutto di un consistente influsso continentale risalente al periodo del predominio pisano e genovese (secc. XII-XIV, per il sassarese), o di una massiccia immigrazione proveniente dalla Corsica (per il gallurese); la toponomastica e la documentazione storica rivelano che in passato le condizioni dellarea settentrionale erano tipologicamente affini a quelle del logudorese. In particolare, è di tipo schiettamente còrso, con fortissimi influssi liguri, il dialetto parlato sullisola della Maddalena. Diffusione: i dialetti sardi e quelli ad essi collegati coprono lintero territorio dellisola, con leccezione della città di Alghero, di lingua catalana, e delle comunità tabarchine di Carloforte e Calasetta. Linsularità contribuisce naturalmente a definire lo spazio linguistico sardo ben al di là delle tipologie e delle suddivisioni interne: malgrado le loro peculiarità e il raccordo con gruppi dialettali esterni, anche il gallurese e il sassarese vengono considerati parte integrante del patrimonio linguistico sardo, al quale sono del resto accomunati da fattori di relativa omogeneità culturale che trovano riscontro soprattutto nel lessico. Considerazioni generali: la questione linguistica è strettamente associata, in Sardegna, allinsorgere di un movimento a carattere regionalistico e nazionalistico che raccoglie leredità del "sardismo" culturale ottocentesco, legato alla valorizzazione della specificità isolana quale retaggio storico delle antiche tradizioni autonome dei Giudicati e del Regnum Sardiniae. Il regionalismo politico sardo si sviluppa soprattutto dopo la prima guerra mondiale negli ambienti del reducismo (Partito Sardo dAzione), e coglie un parziale successo con la promulgazione dello statuto di autonomia regionale (1948), ma assume caratteri di rivendicazione etnica soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando il problema della tutela e valorizzazione della specificità linguistica diventa uno dei punti nodali dei programmi autonomisti. Il concetto di "lingua sarda", peraltro, è legato alle caratteristiche strutturali comuni di un sistema dialettale a sé stante nel contesto romanzo, e non alla presenza di un "tetto" linguistico unificante: il problema di uno standard si ripropone a più riprese nella storia linguistica isolana, ma ancora oggi è lontano da una soluzione soddisfacente. Malgrado il maggiore prestigio goduto in passato dal logudorese, esso non è riuscito a diffondersi come varietà "illustre" a livello parlato; inoltre, anche a voler escludere il tipo settentrionale (sassarese e gallurese), le differenze tra logudorese, nuorese e campidanese - le varietà che maggiormente riflettono la specificità linguistica sarda - rimangono così pronunziate, che risulta assai problematico approdare a una koinè uniforme. Si prospetta quindi la necessità di una tutela e valorizzazione di diverse "lingue" allinterno della specificità linguistica sarda. Consistenza numerica: su una popolazione complessiva di circa 1.600.000 abitanti, si calcola che il sardo sia parlato o inteso da almeno un milione di persone. Ad esse si aggiungono le comunità di emigrati in Italia e allestero, che mantengono spesso a livello familiare la pratica dei dialetti sardi e ne promuovono in vario modo la vivacità culturale. Non esistono dati sulla consistenza numerica dei locutori delle singole varietà sarde. Status:
in base alle normative di legge, il sardo è riconosciuto
come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; la legislazione regionale
prevede già da alcuni anni la tutela e la valorizzazione
del sardo in condizioni di coufficialità accanto all’italiano,
ma tali normative incontrano difficoltà Utilizzo pubblico: negli ultimi anni le iniziative per un sempre più incisivo utilizzo delle varietà sarde allinterno della pubblica amministrazione si sono moltiplicate, soprattutto a livello locale, pur senza rappresentare una prassi generalizzata; discreta visibilità sta acquisendo lutilizzo del sardo nella toponomastica. Educazione:
La didattica in sardo è praticata a livello sperimentale
in diverse scuole dell’isola, ma senza alcuna sistematicità.
Negli ultimi anni, sotto il controllo della Regione Autonoma (in
particolare attraverso l’attività dell’Osservatorio
regionale per la cultura e le lingua sarda) e per impulso delle
Università sarde, sono state avviate diverse iniziative
per la formazione di un corpo docente di e in lingua sarda: dopo
l'esperienza pionieristica della Scuola di specializzazione di
studi sardi si segnalano le recenti attivazioni di master tra cui
quelli in Lingua e letteratura sarde, Plurilinguismo e multiculturalismo
in Sardegna, Didattica del sardo. Media: la letteratura in lingua sarda affonda le sue radici nella tradizione medievale dei condaghes, documenti a carattere amministrativo con i quali si formalizzò un precoce utilizzo pubblico della varietà logudorese. Maggiore continuità assunse luso letterario del sardo dal sec. XVI ai giorni nostri. Oggi lespressione scritta in sardo è ampia e tocca spesso vertici interessanti sotto laspetto artistico, ma a tale fioritura non corrisponde unanaloga vivacità nellambito dei media: esistono alcune pubblicazioni monolingui o bilingui, ma di diffusione limitata soprattutto ai circoli culturali e militanti; trasmissioni radiofoniche di emittenti locali fanno talvolta uso del sardo, ma manca completamente una presenza della lingua minoritaria nellambito televisivo. Arbëresh (albanese) Tipologia linguistica: indoeuropeo. Lalbanese viene considerato un idioma a sé stante allinterno della famiglia indoeuropea, per quanto consistenti apporti latini e romanzi da un lato, slavi e turchi dallaltro ne abbiano fortemente alterato i caratteri originari, e non soltanto a livello lessicale. I dialetti albanesi si distinguono in due varietà principali, il ghego e il tosco, parlati rispettivamente a nord e a sud del fiume Shkumbni: la varietà tosca è alla base dello standard letterario - affermatosi solo a partire dal 1945 - che è la lingua ufficiale della Repubblica di Albania. Consistenti comunità albanofone vivono nella provincia autonoma del Kosovo (oggi compresa nella repubblica di Serbia e Montenegro), ove costituiscono la maggioranza della popolazione; in Macedonia, ove rappresentano una percentuale consistente, stimabile attorno al 20-30 % della popolazione; in Grecia, ove ai cosiddetti Arvaniti non viene peraltro riconosciuto lo status di minoranza linguistica. I recenti mutamenti politici nellEuropa balcanica hanno inoltre favorito una massiccia emigrazione albanese verso lEuropa occidentale e in particolare in Italia: essa va tenuta tuttavia distinta dallinsediamento storico di comunità albanofone del Meridione della penisola. Diffusione
in Italia: questi gruppi, parlanti varietà dialettali di
tipo tosco, iniziarono a trasferirsi in Italia a partire dal sec.
XV, incoraggiati dalla politica di ripopolamento messa in pratica
da Alfonso I dAragona; il movimento migratorio crebbe dopo linvasione
turca dellAlbania (1435) e continuò fino al sec. XVIII
con lo stanziamento pacifico di comunità albanesi tra le popolazioni
di dialetto italoromanzo. Il carattere episodico e discontinuo degli
stanziamenti spiega in gran parte la frammentazione territoriale che
caratterizza la cosiddetta Arberia, ossia linsieme delle
comunità storiche albanofone dItalia. Occorrerebbe inoltre
distinguere fra località di tradizione albanofona ma ormai
da tempo linguisticamente assimilate ai circostanti dialetti italiani,
località nelle quali la lingua albanese convive con le circostanti
varietà romanze, e località compattamente albanofone
o presso le quali luso della lingua arbëresh è
storicamente totale o comunque maggioritario. Provincia di
Catanzaro: Provincia di
Crotone: Provincia di
Cosenza: Nelle altre regioni, comunità albanofone più o meno consistenti sono ancora segnalate in Molise a Montecilfone, Portocannone, Ururi e, sia pure in condizione regressiva, a Campomarino (provincia di Campobasso); in Basilicata a Barile, Casalnuovo Lucano, Ginestra, Maschito e San Costantino Albanese (provincia di Potenza); in Puglia a Casalvecchio e Chieuti (provincia di Foggia) e a San Marzano di San Giuseppe (provincia di Taranto); in Campania a Greci (provincia di Avellino); in Sicilia a Piana degli Albanesi, Santa Cristina di Gela e Contessa Entellina (provincia di Palermo) mentre Mezzojuso e Palazzo Adriano, nella stessa provincia, restano solo culturalmente albanesi. Considerazioni generali: La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica e sulle vicende sociolinguistiche delle comunità arbëresh, anche perché lesposizione al contatto con diverse varietà dialettali italoromanze, ha finito per introdurre elementi di prestito diversificati da una località allaltra. In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli Albanofoni dItalia e tra essi e gli Albanesi dei Balcani sia discreto, ma non risultano inchieste in merito. Va sottolineato che gli Albanesi dItalia, inseriti in un contesto di cultura umanistica più evoluto di quello della madrepatria, svilupparono nei secoli scorsi una produzione scritta significativa, con la quale si fa in pratica iniziare lintera tradizione letteraria in lingua albanese. Le ricadute sulla cultura della madrepatria furono però ostacolate, in parte, dalle differenze di carattere religioso: la maggior parte degli abitanti dellAlbania storica passò allislamismo dopo la conquista turca del paese, mentre gli Albanofoni dItalia conservano la fede cattolica e, in gran parte, il rito greco nelle pratiche liturgiche. A questo proposito va rilevata limportante funzione svolta dai due vescovati di Lungro e Piana degli Albanesi per il mantenimento dellidentità culturale e linguistica oltre che religiosa (è praticato il rito bizantino-greco) delle comunità albanofone che da essi dipendono. La promozione della specificità culturale albanese è per il resto legata allattivismo di gruppi locali variamente collegati tra loro. Consistenza numerica: le comunità arbëresh, in passato assai più numerose, hanno conosciuto negli ultimi decenni un forte calo demografico dovuto allemigrazione verso le grandi città meridionali (in alcune delle quali esistono comunità albanofone compatte), lItalia settentrionale o verso lestero, e vivono attualmente gli stessi problemi delle aree interne del Meridione nelle quali si trovano inserite; la tradizione di pacifica convivenza ha fatto inoltre sì che gli Albanesi possiedano da sempre, accanto al loro, il dialetto delle comunità contigue, nel quale si esprimono per i rapporti sociali con la popolazione autoctona. Risulta pertanto difficile calcolare lesatta consistenza numerica della minoranza: su una popolazione complessiva di circa 100.000 residenti nei centri che compongono lArberia, si può calcolare - con qualche eccesso - il numero degli albanofoni in circa 80.000 persone. In compenso è da tenere in conto una forte diaspora legata all'ondata migratoria che, dagli anni Cinquanta in avanti, ha comportato il traferimento di consistenti nuclei albanofoni nei centri urbani e industriali del Settentrione. Status: in base alle normative di legge, lalbanese è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; le varie legislazioni regionali prevedono forme diversificate di tutela e valorizzazione della specificità linguistica delle comunità albanofone, ma non risultano al momento attuale iniziative consistenti in tal senso. Utilizzo pubblico: non risultano al momento forme di bilinguismo a livello ufficiale; le varietà italo-albanesi trovano un discreto utilizzo nella toponomastica locale. Educazione: lalbanese trova impiego sporadico nelle pratiche didattiche, presso alcuni istituti e per iniziativa di singoli insegnanti, soprattutto al di fuori degli orari normali di lezione. La lingua e la cultura albanese vengono insegnate presso alcune università italiane, con riferimento alla tradizione dellAlbania storica; in particolare le cattedre di Lingua e letteratura albanese dellUniversità della Calabria e dell'Università di Palermo sono attive nel promuovere programmi di ricerca e di studio sulle comunità italo-albanesi. Media: esistono trasmissioni radiofoniche in lingua albanese presso alcune emittenti locali; vi sono periodici in lingua albanese (testate "storiche" si considerano "Katundi Inë", "Lidhja - Il legame" e "Zëri i Arbëreshëvet - La voce degli Albanesi"), diffusi principalmente nellambito dei gruppi legati alla promozione culturale della specificità albanofona. In lingua arbëreshe si è sviluppata anche una discreta produzione letteraria. Comunità ellenofone Tipologia linguistica: indoeuropeo. Gruppo a sé stante nella famiglia delle lingue indoeuropee, il greco vanta come è noto antichissime tradizioni culturali. Il greco moderno nella variante demotikì (popolare) è dal 1976 lunica lingua ufficiale della Repubblica di Grecia, dove si è imposto al termine di una secolare "questione della lingua" legata al parallelo utilizzo letterario di un modello classicheggiante (katharévousa) alquanto discosto dalluso parlato. Il greco moderno si parla inoltre nella Repubblica di Cipro (dove è lingua ufficiale) e, in varianti dialettali, presso minoranze più o meno consistenti stanziate nellEpiro albanese, in Turchia e lungo le coste europee del Mar Nero (Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia), ove è in forte regresso. Il greco di tradizione bizantina è la lingua liturgica di alcune chiese ortodosse orientali ed in Italia dell'Eparchia di Lungro (Cosenza) e di Piana degli Albanesi (Palermo). Diffusione in Italia: nellantichità classica, come è noto, popolazioni elleniche colonizzarono stabilmente la Sicilia e gran parte dei territori costieri dellItalia meridionale, ove lutilizzo del greco come lingua di cultura si protrasse a lungo dopo la caduta dellImpero. Tracce consistenti del sostrato ellenico si riconoscono nei dialetti italiani meridionali, soprattutto della Calabria e della Puglia, regioni nelle quali è documentata più a lungo la presenza di aree consistenti di lingua greca: fino al sec. XIII erano certamente ellenofone molte località del Salento, della Calabria meridionale e della Sicilia orientale; ancora nel sec. XVI, quando la liturgia orientale cominciò a essere sostituita da quella latina, con grave detrimento del prestigio dellidioma, i centri di lingua greca erano 27 nel Salento, 20 in Calabria e uno in Sicilia. Attualmente i dialetti greci, in forte regresso, occupano nellItalia meridionale due aree ben distinte: in Puglia nel Salento, ove la parlata è detta grico (comuni di Calimera, Castrignano de Greci, Corigliano dOtranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatìa e Zollino), e in Calabria nellAspromonte, ove il dialetto viene denominato romaico, nei centri di Bova, Bova Marina, Condofuri, Roccaforte del Greco e Roghudi. Una comunità ellenofona piuttosto compatta si è formata da tempo a Reggio Calabria come conseguenza dellemigrazione dai comuni dellAspromonte. Considerazioni generali: intorno all’origine delle isole ellenofone dellItalia meridionale si è sviluppata nel tempo una polemica scientifica, che divide gli studiosi tra i fautori dellipotesi di una sopravvivenza delle parlate greche dellantichità classica - posizione sostenuta in particolare dallillustre linguista tedesco G. Rohlfs - e quanti ritengono invece che le comunità ellenofone abbiano unorigine più recente, legata a ripopolamenti che risalirebbero allepoca bizantina, punto di vista espresso con forza tra gli altri da O. Parlangèli. Quale che sia la data dellinstallazione di questi gruppi, sta di fatto che nelle comunità complessivamente dette grecaniche dellItalia meridionale si parlano dialetti evolutisi in maniera autonoma rispetto al greco moderno, con caratteri conservativi e, naturalmente, con significativi influssi delle circostanti parlate neolatine, che rivelano a loro volta, come si è accennato, un consistente apporto ellenico di sostrato o di adstrato. La disomogeneità areale e lo scarso prestigio sociale delle parlate sono tra le cause dellattuale regresso dei dialetti grecanici, e pongono anche problemi legati alla loro rivitalizzazione e alla formalizzazione di uno o più standard. Fu viva in passato la polemica tra i fautori di un "restauro" della grecità calabrese che tenesse conto dellaffinità tipologica col modello neogreco (moderatamente sostenuta dallo stesso Rohlfs), e quanti ritengono invece opportuno valorizzare la specificità delle parlate a partire dalluso vivo, rispettandone levoluzione naturale anche negli aspetti di contaminazione e di commistione con le parlate romanze. Aspetto non secondario della questione è quello legato allutilizzo dellalfabeto latino, naturalmente più familiare ai locutori di quello greco. Consistenza numerica:la popolazione complessiva dei comuni della “Grecìa” salentina è di circa 40.000 abitanti (per la precisione 40.946 in base al dato del censimento 2001) mentre i centri grecanici dell’Aspromonte non raggiungono i 12.000 residenti (il censimento del 2001 ne conta 11.663). In assenza di statistiche recenti, un calcolo probabilmente ottimistico fissa attualmente in circa 10-12.000 il numero complessivo degli ellenofoni. Status: in base alle normative di legge, il greco è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano. Per quanto riguarda la legislazione regionale, lo statuto della regione Calabria (art. 56, lett. r), contiene enunciazioni di carattere programmatico in ordine alla tutela e valorizzazione della specificità linguistiche locali e ora la Legge Regionale 30 ottobre 2003, n. 15 Norme per la tutela e la valorizzazione della lingua e del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche e storiche di Calabria ha introdotto una disciplina complessiva delle varietà di antico insediamento, qualunque riferimento è assente dallo statuto della regione Puglia, che in atto non è dotata di un organico apparato di tutela delle varietà minoritarie praticate nel territorio. Utilizzo pubblico: non risultano al momento forme di bilinguismo a livello ufficiale; le varietà italo-greche trovano qualche utilizzo nella toponomastica locale. Educazione: forme di sperimentazione dellutilizzo delle varietà greche in ambito didattico, alle scuole elementari e medie, vengono attuate sia nel Salento che nellAspromonte già dalla fine degli anni Settanta; il discreto attivismo di alcuni gruppi culturali, soprattutto in Calabria, ha portato a più riprese allistituzione di corsi di apprendimento per adulti. La lingua e la cultura neogreca vengono insegnate in diverse università italiane, naturalmente con esclusivo riferimento allo standard in uso in Grecia. Media: vengono effettuate trasmissioni radiofoniche nelle varietà italo-greche a cura di emittenti locali; una discreta pubblicistica viene prodotta soprattutto in Calabria, col sostegno delle amministrazioni locali, da parte di gruppi attivi nel campo della tutela e della valorizzazione della specificità linguistica. Esiste da alcuni decenni una tradizione letteraria di qualche consistenza, che si appoggia anche a una discreta attività teatrale. |
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Français (francese) Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Il francese è una delle grandi lingue di cultura e uno degli idiomi di massima diffusione mondiale. Lingua ufficiale della Repubblica Francese e di numerosi paesi legati in passato da vincoli culturali o politici con la Francia, dispone di uno standard prestigioso che ha cominciato a sovrapporsi precocemente alle varietà dialettali, sulle quali si è esercitata, soprattutto dalla fine del sec. XVIII, una pesante pressione glottopolitica. Diffusione in Italia: dopo avere rappresentato per secoli un modello culturale e linguistico di prestigio, fatto proprio da settori significativi della società (aristocrazia, borghesia colta), il francese non conserva attualmente un ruolo di particolare rilievo nella società italiana, se non come lingua straniera la cui conoscenza e il cui apprendimento rientrano ancora spesso nella formazione e nella prassi delle élites culturali ed economiche. Il francese ha tuttavia una discreta presenza come lingua veicolare e di comunicazione quotidiana lungo la fascia di confine, ove il tradizionale contesto di pluriglossia e plurilinguismo delle aree di frontiera ha visto spesso, in passato soprattutto, il prevalere di una competenza attiva del francese. Oltre che in Valle dAosta (v. oltre) ciò si è verificato in particolare per le zone di dialetto occitanico e franco-provenzale delle province di Cuneo e di Torino, caratterizzate anche da una storica emigrazione verso il paese dOltralpe, e in particolare in alcune vallate che nei secoli passati furono sottoposte a varie riprese allamministrazione francese: in conseguenza di ciò nellalta Val di Susa, ad esempio, il francese fu lingua ufficiale e di cultura fino al 1915 circa; una certa vitalità caratterizza ancora, in particolare, luso del francese nelle valli di confessione valdese (Pellice e Germanasca), ove lidioma dOltralpe ha antiche e radicate tradizioni liturgiche: in queste zone, i cognomi e la toponomastica sono spesso fissati in forma francese a partire dalle forme autoctone occitaniche o franco-provenzali, a testimonianza di un utilizzo diffuso a livello burocratico-amministrativo e scolastico, che si protrasse durante lamministrazione sabauda e ancora in età postunitaria. Considerazioni generali: il francese ha costituito quindi il "tetto" di prestigio e la lingua di riferimento culturale per i patois delle valli alpine prima del diffondersi capillare dellitalianizzazione. Ciò è particolarmente verificabile in Valle dAosta, regione di dialetto franco-provenzale presso la quale il francese godette e gode tuttora di un forte prestigio. Il tradizionale utilizzo del francese come lingua amministrativa e di cultura risale agli storici legami della valle con i domini dOltralpe di casa Savoia, presso i quali lutilizzo ufficiale della lingua risale al 1560. La francofonia è stata infatti un elemento decisivo nella valutazione della specificità della regione e nella lotta per lautonomia, sfociata (1945-48) nella promulgazione dello statuto regionale, vincolato ad appositi trattati internazionali con la Francia. Lazione politica di tutela (ad opera soprattutto del partito di raccolta, lUnion Valdôtaine) si è quindi basata sulla promozione del francese assai più che sulluso quotidiano del patois franco-provenzale, e ciò malgrado il progressivo regresso del francese stesso, che ha oggi funzioni prevalenti di carattere statutario e rappresentativo, mentre lutilizzo quotidiano appare vieppiù insidiato dal progredire dellitaliano. Consistenza numerica: per i motivi accennati, non si può affermare che esistano comunità, in Italia, che abbiano il francese come lingua prima: salvo casi individuali, in Val dAosta e nelle valli piemontesi lutilizzo di tale idioma è legato allapprendimento scolastico o a una consuetudine acquisita al di fuori del contesto familiare, ed è pertanto impossibile dare stime anche approssimative sulla frequenza duso. Si può asserire che almeno lintera popolazione della provincia di Aosta sia in vario modo coinvolta in una conoscenza più o meno attiva del francese, che trova impiego (sempre meno nelluso parlato) accanto allitaliano, ai locali dialetti franco-provenzali, al tedesco walser nelle zone interessate e ai dialetti italiani degli immigrati, in particolar modo il piemontese. Status: in base alle normative di legge, il francese è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; tale situazione riflette essenzialmente la volontà di adeguare le disposizioni nazionali allo spirito degli accordi internazionali che regolano fin dallimmediato dopoguerra la prassi del bilinguismo ufficiale italiano-francese per la regione autonoma Valle dAosta. Utilizzo pubblico: in Valle dAosta vige ufficialmente il regime di bilinguismo italiano-francese. La scelta delluna o dellaltra lingua nei rapporti con lamministrazione è a discrezione del pubblico, e il reclutamento del personale è condizionato dalla conoscenza attiva del francese. Bilingue è anche la segnaletica stradale e la toponomastica (per i nomi di luogo prevale normalmente la notazione in forma francese). Gli accordi internazionali che regolano la pratica del bilinguismo sono tuttavia meno rigidi e vincolanti di quelli che riguardano lutilizzo del tedesco in Alto Adige. Nelle valli piemontesi, la conoscenza diffusa del francese accanto ai dialetti locali e allitaliano non ha ricadute in termini di uso ufficiale. Educazione: in base agli statuti del 1948 leducazione scolastica in Valle dAosta viene impartita in italiano e in francese, ed è regolata ad apposite normative nazionali e regionali. Nelle valli piemontesi, linsegnamento scolastico del francese viene di norma impartito con le modalità che regolano lapprendimento delle lingue straniere secondo i programmi curricolari. Media: la funzione statutaria e rappresentativa della lingua francese ne favorisce in Valle dAosta lutilizzo mediatico: in francese si pubblicano un quotidiano e altri periodici, si trasmettono programmi televisivi e radiofonici (nel servizio pubblico, in percentuali ridotte): esiste uneditoria in lingua francese che produce testi di autori locali, in francese si organizzano rappresentazioni teatrali e cinematografiche. Non va inoltre dimenticata linfluenza esercitata dai media dOltralpe: la televisione e le radio francesi e svizzere vengono regolarmente captate, e vi è larga possibilità di accesso alla stampa periodica e alla produzione editoriale proveniente da oltre confine. |
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Francoprovenzale Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Per "francoprovenzale" si intende un gruppo di dialetti estremamente differenziati tra loro, dotati nondimeno di alcuni tratti fonetici e morfologici unitari, che li distinguono dalle contermini parlate di tipo occitanico e francese. Oltre che in Italia, parlate di tipo francoprovenzale (per lo più in forte regresso) sono diffuse nella Svizzera Romanda, in Savoia e in una zona dai confini estremamente incerti che comprende una parte del Lionese, del Delfinato e della Franca Contea. Loriginalità dei dialetti francoprovenzali fu osservata soltanto nel 1878 dal linguista G.I. Ascoli, che con criteri analoghi a quelli utilizzati per la definizione del gruppo ladino isolò una serie di parlate caratterizzate da elementi specifici e da tratti in comune sia col francese che con loccitanico, ma combinati in modo da connotare in maniera peculiare tali dialetti. La specificità del tipo francoprovenzale fu tuttavia contestata da linguisti francesi come P. Meyer e G. Paris, convinti dellimpossibilità di individuare un gruppo linguistico autonomo sulla base dei tratti fonetici di dialetti che sfumano di fatto gli uni negli altri senza una reale soluzione di continuità. Diffusione in Italia: dialetti di tipo francoprovenzale si parlano in Valle dAosta e in provincia di Torino nella val Sangone, nella media e bassa val di Susa, in val Cenischia e nelle valli di Lanzo, dellOrco e Soana. Di tipo francoprovenzale è pure il dialetto dei due comuni di Faeto e Celle San Vito, in provincia di Foggia, ove la parlata fu probabilmente importata da immigrati valdesi nel corso del sec. XV. Resta estremamente difficile stabilire dei limiti esatti nella definizione del territorio di parlata francoprovenzale: se in Valle dAosta esso può farsi coincidere convenzionalmente con la regione amministrativa (tranne presso le comunità germanofone dei Walser, ove peraltro il francoprovenzale è parlato accanto alle varietà locali), non va dimenticato che il fondovalle è storicamente interessato dalla presenza del piemontese (oggi in forte regresso), e che litaliano e il francese, che convivono nella regione come lingue ufficiali e di cultura, hanno contribuito a emarginare la pratica viva del patois, circoscritta soprattutto nelle alte valli e nei centri meno esposti al contatto; nelle valli della provincia di Torino il progredire anche recente del piemontese ha eroso abbondantemente il territorio di parlata francoprovenzale, che in passato doveva essere assai più esteso verso la pianura. Nelle colonie della provincia di Foggia, il dialetto è da sempre esposto al contatto linguistico con le circostanti parlate pugliesi. Considerazioni generali: nellarea linguistica francoprovenzale, storicamente frammentata dal punto di vista politico, si impose precocemente, a varie riprese, lutilizzo del francese come lingua veicolare, amministrativa e di cultura: in area francese già nel sec. XIII, in Valle dAosta soprattutto a partire dal sec. XVI. Ciò spiega, tra laltro, non solo come non si sia mai sviluppata una koinè regionale, ma come le singole varietà dialettali, anche nei centri maggiori, non abbiano mai espresso un vero prestigio e una significativa letteratura. Negli anni Settanta un indirizzo politico-culturale presente soprattutto in area italiana e francese ha vagheggiato la formalizzazione di uno standard artificiale, convenzionalmente denominato harpeitan (arpitano) e basato sulla media dei tratti linguistici unitari dellarea. Tale elaborazione non ha mai trovato applicazioni pratiche al di fuori dei contesti militanti, e la vitalità del patois resta di fatto tuttora affidata alluso parlato e allo sviluppo recente di una letteratura dialettale (poesia e teatro soprattutto) particolarmente vivace in Valle dAosta. Consistenza numerica: per i motivi accennati, una stima numerica dei locutori è estremamente difficile: è certamente eccessivo il numero di 70.000 parlanti in Valle dAosta, dove il francoprovenzale sconta la concorrenza di due lingue ufficiali e di una varietà veicolare (il piemontese) peraltro in forte regresso; resta più plausibile quella di circa 20.000 persone di dialetto francoprovenzale nelle valli torinesi, anchessi in condizioni di plurilinguismo e diglossia che condizionano e limitano di fatto lutilizzo del patois, relegandolo ai livelli più bassi della prassi comunicativa. Nelle comunità di Faeto e Celle San Vito (abitate rispettivamente da circa 1200 e 450 abitanti) luso della parlata francoprovenzale è da tempo in netto regresso. Status: in base alle normative di legge, il francoprovenzale è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; il parallelo riconoscimento di un analogo status per il francese, in osservanza dei trattati internazionali e delle leggi istitutive che regolano lautonomia amministrativa della Valle dAosta pone peraltro una seria ipoteca sulle possibilità di valorizzazione dei dialetti francoprovenzali della regione, ove essi sono tradizionalmente percepiti come varietà bassa rispetto alla pratica istituzionale del bilinguismo italiano-francese. Le norme di tutela delle minoranze etnico-linguistiche emanate dalla Regione Piemonte sono naturalmente estese anche alle parlate francoprovenzali. Utilizzo pubblico: fino ad oggi, le particolari condizioni sociolinguistiche dellarea di dialetto francoprovenzale non hanno favorito ladozione del patois a livelli formali. In Valle dAosta lo stesso partito di raccolta delle istanze autonomistiche, lUnion Valdôtaine, ha costantemente privilegiato la pratica del bilinguismo ufficiale italiano-francese, considerandolo elemento fondante delloriginalità storico-culturale della regione. Educazione: a fronte delle precise norme che regolano leducazione bilingue a base franco-italiana in Valle dAosta, nessun provvedimento ufficiale in materia ha riguardato finora il francoprovenzale, né in quella regione autonoma, né in provincia di Torino, né presso le comunità del Foggiano. Lutilizzo didattico del dialetto avviene dunque in maniera episodica e discontinua, per iniziativa di singoli insegnanti e su richiesta dei genitori, trovando discreta applicazione soprattutto nei livelli che vanno dalla scuola materna alle medie. Presso lUniversità di Torino, in particolare nellambito del progetto di Atlante linguistico-etnografico del Piemonte Occidentale si è sviluppata d tempo la ricerca scientifica e la riflessione sulle parlate francoprovenzali. Media: non esistono stazioni radio o televisive che trasmettano esclusivamente in francoprovenzale. La terza rete RAI della Valle dAosta ha prodotto alcuni programmi in patois, relativi soprattutto alle tradizioni e alla cultura regionale. Discreta visibilità hanno, in Valle dAosta, le attività di valorizzazione del patois a livello di produzione letteraria e di sperimentazione teatrale, che si basano su un diffuso attivismo legato ad associazioni e centri culturali (Comité des traditions Valdôtaines, Société des Recherches et dÉtudes francoprovençales ecc.), che pubblicano anche bollettini e fogli informativi con parti in francoprovenzale. Meno presente è lattivismo dei gruppi culturali froncoprovenzali in Piemonte, mentre a Faeto e a Celle San Vito la promozione della specificità locale è ancora condotta a livelli individuali e volontaristici. |
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Considerazioni generali: il concetto unificante di una minoranza e di una coscienza collettiva "occitana" è dato relativamente recente, frutto di una elaborazione teorica prima che di una oggettiva realtà storico-culturale e linguistica; il punto debole del concetto di "Occitania" |