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SCHEDE SULLE MINORANZE TUTELATE
DALLA LEGGE 482/1999
(a cura di Fiorenzo Toso)

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Català (catalano)


Tipologia linguistica: indoeuropeo, neolatino. Il catalano è diffuso anzitutto nella Catalogna spagnola, nelle Isole Baleari, in parte dell’Aragona, nel Principato di Andorra, nel Roussillon francese e nella Comunità Valenciana: qui assume la denominazione di valenciano e dispone di uno standard basato sulla varietà locale. Lingua di antiche tradizioni letterarie e culturali, il catalano conobbe una renaixensa ("rinascimento") ottocentesca, ed è attualmente, dopo la difficile fase del regime franchista, lingua co-ufficiale dello stato spagnolo, dotata di prerogative e di forme di utilizzo pubblico che ne fanno uno degli idiomi minoritari più vitali e meglio tutelati in Europa.

Diffusione in Italia: il catalano è parlato nella città di Alghero (L’Alguer), sulla costa nord-occidentale della Sardegna, in provincia di Sassari. La presenza di quest’isola linguistica risale al 1353, anno in cui la città, fino ad allora colonia genovese, fu conquistata dall’ammiraglio Bernat de Cabrera e ripopolata (soprattutto a partire dal 1372) da elementi originari della Catalogna, delle Baleari e del Regno di València. L’uso del catalano prosperò nei secoli della dominazione aragonese e poi spagnola sulla Sardegna, favorito anche da intensi traffici commerciali con la madrepatria e dal particolare statuto della città, che costituì a lungo una sorta di corpo separato rispetto al retroterra.

Considerazioni generali: a livello tipologico, l’algherese viene considerato una sottovarietà del gruppo dialettale orientale del catalano, dotata di alcuni caratteri arcaici e variamente esposta a un consistente influsso lessicale sia sardo che italiano: esso non ne ha tuttavia snaturato le caratteristiche originarie. In seno al movimento di tutela e valorizzazione della parlata locale, vi è una forte tendenza all’espunzione delle peculiarità più spiccatamente idiomatiche, nel tentativo di attuare un raccordo (soprattutto nell’uso scritto e a livello didattico) con il "tetto" linguistico rappresentato dallo standard in uso nella Catalogna spagnola. Il catalano di Alghero ha espresso negli ultimi decenni segnali importanti di vitalità nella pratica letteraria.

Consistenza numerica: su una popolazione complessiva di circa 40.000 abitanti, le persone che parlano catalano sono stimate (in eccesso) circa 20.000, tutte bilingui. Ad Alghero è diffuso anche il sardo, parlato principalmente da immigrati recenti.

Status: in base alle normative di legge, il catalano è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano e dalla Regione Autonoma della Sardegna. Tale riconoscimento non si è ancora concretizzato, tuttavia, in forme di tutela e valorizzazione direttamente promosse dalle autorità centrali e regionali.

Utilizzo pubblico: al momento attuale il catalano non trova utilizzo nella pubblica amministrazione; è stata tuttavia adottato il bilinguismo nella toponomastica cittadina.

Educazione: ad Alghero non esiste un regolare insegnamento di lingua catalana, ma esperimenti pilota, al di fuori degli orari normali di lezione, si tengono ormai da tempo a livello di scuole secondarie e di scuole primarie. Le associazioni di cultura locale promuovono corsi di catalano per adulti. In Italia, la lingua e la letteratura catalana vengono insegnate a livello universitario con riferimento alla tradizione culturale della Catalogna spagnola.

Media: Radio e periodici locali fanno spesso uso del catalano accanto all’italiano; il bimestrale "L’Alguer" è redatto interamente in catalano.

 

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Hrvatski (croato)

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo slavo. Il croato è uno degli standard letterari elaborati dal tipo linguistico serbocroato, appartenente al gruppo meridionale delle lingue slave: le differenze rispetto al serbo sono di carattere prevalentemente lessicale e fonetico, oltre che legate all’utilizzo di un diverso sistema grafico (il cirillico per il serbo, l’alfabeto latino per il croato): l’esistenza di due standard riflette distinzioni di ordine prevalentemente storico, culturale e religioso, che si sono acuite negli ultimi anni, in seguito al duro confronto successivo al processo di disgregazione della federazione iugoslava. Il croato è lingua ufficiale della Repubblica di Croazia; minoranze variamente consistenti sono presenti in Bosnia, Iugoslavia, Slovenia, Ungheria e Austria.

Diffusione in Italia: il croato è parlato nei tre comuni di San Felice del Molise, Montemitro e Acquaviva Collecroce, in provincia di Campobasso. Queste piccole colonie risalgono con ogni probabilità ai secc. XV-XVI, quando numerosi abitanti della costa dalmata, per sfuggire all’invasione turca, si trasferirono al di qua dell’Adriatico, fondando diverse comunità lungo la costa e nell’entroterra fra le Marche e la Puglia. Tali colonie furono in gran parte assimilate dalle popolazioni circostanti; ancora nel secolo scorso, tuttavia, si ha notizia di gruppi slavi a Tavenna (Cb) e Castelfrentano (Ch).

Considerazioni generali: a livello tipologico, lo slavo del Molise rappresenta un dialetto arcaico del tipo ötokavo, ossia della varietà che è alla base sia dello standard croato che di quello serbo: la definizione di "croato" riflette quindi, in primo luogo, la consapevolezza della provenienza dalla costa dalmata e l’appartenenza alla religione cattolica romana della popolazione. Una crescita della coscienza linguistica locale fu favorita, verso gli anni ’60-’70, dall’interesse per le comunità slavofone del Molise da parte di intellettuali croati esuli in Italia. Più recentemente sono stati allacciati contatti con la Croazia e con le minoranze croate all’estero, e presso le tre comunità del Molise sono stati ospitati profughi provenienti dalle regioni in guerra della ex Jugoslavia.

Consistenza numerica: si calcola che la popolazione di lingua croata oscilli tra le 2000 e le 2400 persone distribuite nei tre comuni; essa rappresenta verosimilmente la più piccola comunità alloglotta presente in Italia.

Status: in base alle normative di legge, il croato è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano, che ha anche sottoscritto accordi di reciprocità con la Croazia per la tutela delle minoranze sui rispettivi territori; inoltre, la valorizzazione della lingua e della cultura croata è prevista dalle normative di legge della Regione Molise. Tali forme di riconoscimento non si sono ancora concretizzate, tuttavia, in forme di effettiva tutela direttamente promosse dalle autorità centrali e regionali.

Utilizzo pubblico: al momento attuale il croato non viene utilizzato nella pubblica amministrazione; la lingua minoritaria trova un parziale impiego nella toponomastica locale..

Educazione: non risultano allo stato attuale iniziative istituzionali di valorizzazione della lingua croata in ambito didattico.

Media: non risultano pubblicazioni periodiche o trasmissioni radiotelevisive in lingua croata.

 

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

 Sardu (sardo)


Tipologia linguistica: indoeuropeo, neolatino. La distanza tipologica (e in particolare gli aspetti arcaici della latinità insulare) rispetto all’italiano e alle altre lingue romanze, fanno tradizionalmente considerare i dialetti sardi come un gruppo a sé stante nel sistema degli idiomi neolatini. Il sistema delle varietà sarde presenta notevoli differenze al suo interno: l’area centrale, logudorese e nuorese, è quella che offre le caratteristiche più spiccate di originalità, ma il legame con il tipo dialettale meridionale, o campidanese, resta comunque forte. Diversa è la situazione di due gruppi dialettali parlati nella parte settentrionale della Sardegna, il gallurese e il sassarese: essi riflettono condizioni più simili all’area còrsa e al toscano, e si considerano il frutto di un consistente influsso continentale risalente al periodo del predominio pisano e genovese (secc. XII-XIV, per il sassarese), o di una massiccia immigrazione proveniente dalla Corsica (per il gallurese): la toponomastica e la documentazione storica rivelano che in passato le condizioni dell’area settentrionale erano tipologicamente affini a quelle del logudorese. In particolare, è di tipo schiettamente còrso, con fortissimi influssi liguri, il dialetto parlato sull’isola della Maddalena.

Diffusione: i dialetti sardi e quelli ad essi collegati coprono l’intero territorio dell’isola, con l’eccezione della città di Alghero, di lingua catalana, e delle comunità tabarchine di Carloforte e Calasetta. L’insularità contribuisce naturalmente a definire lo spazio linguistico sardo ben al di là delle tipologie e delle suddivisioni interne: malgrado le loro peculiarità e il raccordo con gruppi dialettali esterni, anche il gallurese e il sassarese vengono considerati parte integrante del patrimonio linguistico sardo, al quale sono del resto accomunati da fattori di relativa omogeneità culturale che trovano riscontro soprattutto nel lessico.

Considerazioni generali: la questione linguistica è strettamente associata, in Sardegna, all’insorgere di un movimento a carattere regionalistico e nazionalistico che raccoglie l’eredità del "sardismo" culturale ottocentesco, legato alla valorizzazione della specificità isolana quale retaggio storico delle antiche tradizioni autonome dei Giudicati e del Regnum Sardiniae. Il regionalismo politico sardo si sviluppa soprattutto dopo la prima guerra mondiale negli ambienti del reducismo (Partito Sardo d’Azione), e coglie un parziale successo con la promulgazione dello statuto di autonomia regionale (1948), ma assume caratteri di rivendicazione etnica soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando il problema della tutela e valorizzazione della specificità linguistica diventa uno dei punti nodali dei programmi autonomisti. Il concetto di "lingua sarda", peraltro, è legato alle caratteristiche strutturali comuni di un sistema dialettale a sé stante nel contesto romanzo, e non alla presenza di un "tetto" linguistico unificante: il problema di uno standard si ripropone a più riprese nella storia linguistica isolana, ma ancora oggi è lontano da una soluzione soddisfacente. Malgrado il maggiore prestigio goduto in passato dal logudorese, esso non è riuscito a diffondersi come varietà "illustre" a livello parlato; inoltre, anche a voler escludere il tipo settentrionale (sassarese e gallurese), le differenze tra logudorese, nuorese e campidanese - le varietà che maggiormente riflettono la specificità linguistica sarda - rimangono tali, che risulta assai problematico approdare a una koinè uniforme. Si prospetta quindi la necessità di una tutela e valorizzazione di diverse "lingue" all’interno della specificità linguistica sarda.

Consistenza numerica: su una popolazione complessiva di circa 1.700.000 abitanti, si calcola che il sardo sia parlato o inteso da almeno un milione di persone. Ad esse si aggiungono le comunità di emigrati in Italia e all’estero, che mantengono spesso a livello familiare la pratica dei dialetti sardi e ne promuovono in vario modo la vivacità culturale. Non esistono dati sulla consistenza numerica dei locutori delle singole varietà sarde.

Status: in base alle normative di legge, il sardo è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; la legislazione regionale prevede già da alcuni anni la tutela e la valorizzazione del sardo in condizioni di co-ufficialità accanto all’italiano, ma tali normative incontrano difficoltà di attuazione soprattutto per i problemi legati alla definizione di uno standard.

Utilizzo pubblico: negli ultimi anni le iniziative per un sempre più incisivo utilizzo delle varietà sarde all’interno della pubblica amministrazione si sono moltiplicate, soprattutto a livello locale, pur senza rappresentare una prassi generalizzata; discreta visibilità sta acquisendo l’utilizzo del sardo nella toponomastica.

Educazione: negli ultimi anni, sotto il controllo della Regione Autonoma e delle Università sarde (in particolare attraverso l’attività dell’Osservatorio Linguistico Sardo) sono state avviate diverse iniziative per la formazione di un corpo docente di e in lingua sarda; la didattica in sardo è praticata a livello sperimentale in diverse scuole dell’isola, ma senza alcuna sistematicità.

Media: la letteratura in lingua sarda affonda le sue radici nella tradizione medievale dei condaghes, documenti a carattere amministrativo con i quali si formalizzò un precoce utilizzo pubblico della varietà logudorese. Maggiore continuità assunse l’uso letterario del sardo dal sec. XVI ai giorni nostri. Oggi l’espressione scritta in sardo è ampia e tocca spesso vertici interessanti sotto l’aspetto artistico, ma a tale fioritura non corrisponde un’analoga vivacità nell’ambito dei media: esistono alcune pubblicazioni monolingui o bilingui, ma di diffusione limitata soprattutto ai circoli culturali e militanti; trasmissioni radiofoniche di emittenti locali fanno talvolta uso del sardo, ma manca completamente una presenza della lingua minoritaria nell’ambito televisivo.

 

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Arbëresh (albanese)

Tipologia linguistica: indoeuropeo. L’albanese viene considerato un idioma a sé stante all’interno della famiglia indoeuropea, per quanto consistenti apporti latini e romanzi da un lato, slavi e turchi dall’altro ne abbiano fortemente alterato i caratteri originari, e non soltanto a livello lessicale. I dialetti albanesi si distinguono in due varietà principali, il ghego e il tosco, parlati rispettivamente a nord e a sud del fiume Shkumbin: la varietà tosca è alla base dello standard letterario - affermatosi solo a partire dal 1945 - che è la lingua ufficiale della Repubblica di Albania. Consistenti comunità albanofone vivono nella provincia autonoma del Kosovo (Federazione Iugoslava), ove costituiscono la maggioranza della popolazione; in Macedonia, ove rappresentano una percentuale consistente, stimabile attorno al 20-30 % della popolazione; in Grecia, ove ai cosiddetti Arvaniti non viene peraltro riconosciuto lo status di minoranza etnico-linguistica. I recenti mutamenti politici nell’Europa balcanica hanno inoltre favorito una massiccia emigrazione albanese verso l’Europa occidentale e in particolare in Italia: essa va tenuta tuttavia distinta dall’insediamento storico di comunità albanofone del Meridione della penisola.

Diffusione in Italia: questi gruppi, parlanti varietà dialettali di tipo tosco, iniziarono a trasferirsi in Italia a partire dal sec. XV, incoraggiati dalla politica di ripopolamento messa in pratica da Alfonso I d’Aragona; il movimento migratorio crebbe dopo l’invasione turca dell’Albania (1435) e continuò fino al sec. XVIII con lo stanziamento pacifico di comunità albanesi tra le popolazioni di dialetto italoromanzo. Il carattere episodico e discontinuo degli stanziamenti spiega in gran parte la frammentazione territoriale che caratterizza la cosiddetta Arberia, ossia l’insieme delle comunità storiche albanofone d’Italia. Occorrerebbe inoltre distinguere fra località di tradizione albanofona ma ormai da tempo linguisticamente assimilate ai circostanti dialetti italiani, località nelle quali la lingua albanese convive storicamente con quelle varietà, e località totalmente albanofone o presso le quali l’uso della lingua arbëresh è storicamente totale o comunque maggioritario. Per quanto riguarda ad esempio la Calabria, comunità albanofone sono presenti nei centri di Acquaformosa, Castroregio (con la frazione Farneta), Cerzeto (con le frazioni Cavallerizzo e San Giacomo), Civita, Falconara Albanese, Firmo, Frascineto (con la frazione Eianina), Lungro, Plataci, San Basile, San Benedetto Ullano (con la frazione Marri), San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone (con la frazione Macchia Albanese), San Giorgio Albanese, San Martino di Finita, Santa Caterina Albanese, Santa Sofia d’Epiro, Spezzano Albanese e Vaccarizzo Albanese (provincia di Cosenza), Caraffa di Catanzaro e Vena di Maida (provincia di Catanzaro), Carfizzi, Pallagorìo e San Nicola dell’Alto (Provincia di Crotone); ad Andali, Marcedusa, e Zangarona in provincia di Catanzaro l’albanese sarebbe prossimo all’estinzione, praticato ormai da meno di dieci persone; a Cervicati e Mongrassano in provincia di Cosenza il dialetto arbëresh risulta totalmente estinto. In altre regioni, comunità albanofone più o meno consistenti sono ancora segnalate a Greci in provincia di Avellino (Campania), a Montecilfone, Portocannone, Ururi in provincia di Campobasso (Molise), a Barile, Casalnuovo Lucano, Ginestra, Maschito e San Costantino Albanese in provincia di Potenza (Basilicata), a Casalvecchio e Chieuti in provincia di Foggia (Puglia), a Piana degli Albanesi, Santa Cristina di Gela e Contessa Entellina in provincia di Palermo (Sicilia); non si hanno dati recenti sulla consistenza attuale delle comunità albanofone di Villabadessa in provincia di Pescara, Campomarino in quella di Campobasso, San Marzano di San Giuseppe in provincia di Taranto, Mezzojuso e Palazzo Adriano in quella di Palermo.

Considerazioni generali: La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica e sulle vicende sociolinguistiche delle comunità arbëresh, anche perché l’esposizione al contatto con diverse varietà dialettali italoromanze, ha finito per introdurre elementi di prestito diversificati da una località all’altra. In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli Albanofoni d’Italia e tra essi e gli Albanesi dei Balcani sia discreto, ma non risultano inchieste in merito. Va sottolineato che gli Albanesi d’Italia, inseriti in un contesto di cultura umanistica più evoluto di quello della madrepatria, svilupparono nei secoli scorsi una produzione scritta significativa, con la quale si fa in pratica iniziare l’intera tradizione letteraria in lingua albanese. Le ricadute sulla cultura della madrepatria furono però ostacolate, in parte, dalle differenze di carattere religioso: la maggior parte degli abitanti dell’Albania storica passò all’islamismo dopo la conquista turca del paese, mentre gli Albanofoni d’Italia conservano la fede cattolica e, in gran parte, il rito greco nelle pratiche liturgiche. A questo proposito va rilevata l’importante funzione svolta dai due vescovati di Lungro e Piana degli Albanesi per il mantenimento dell’identità culturale e linguistica delle comunità albanofone che da essi dipendono. La promozione della specificità culturale albanese è per il resto legata all’attivismo di gruppi locali variamente collegati tra loro.

Consistenza numerica: le comunità arbëresh in passato assai più numerose, hanno conosciuto negli ultimi decenni un forte calo demografico dovuto all’emigrazione verso le grandi città meridionali (in alcune delle quali esistono comunità albanofone compatte), l’Italia settentrionale o verso l’estero, e vivono attualmente gli stessi problemi delle aree interne del Meridione nelle quali si trovano inserite; la tradizione di pacifica convivenza ha fatto inoltre sì che gli Albanesi possiedano da sempre, accanto al loro, il dialetto delle comunità contigue, nel quale si esprimono per i rapporti sociali con la popolazione autoctona. Risulta pertanto difficile calcolare l’esatta consistenza numerica della minoranza: su una popolazione complessiva di circa 100.000 residenti nei centri che compongono l’Arberia, si può calcolare - con qualche eccesso - il numero degli albanofoni in circa 80.000 persone.

Status: in base alle normative di legge, l’albanese è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; le varie legislazioni regionali prevedono forme diversificate di tutela e valorizzazione della specificità linguistica delle comunità albanofone, ma non risultano al momento attuale iniziative consistenti in tal senso.

Utilizzo pubblico: non risultano al momento forme di bilinguismo a livello ufficiale; le varietà italo-albanesi trovano un discreto utilizzo nella toponomastica locale.

Educazione: l’albanese trova impiego sporadico nelle pratiche didattiche, presso alcuni istituti e per iniziativa di singoli insegnanti, soprattutto al di fuori degli orari normali di lezione. La lingua e la cultura albanese vengono insegnate presso alcune università italiane, con riferimento alla tradizione dell’Albania storica; presso l’Università della Calabria esistono programmi di ricerca e di studio sulle comunità italo-albanesi.

Media: esistono trasmissioni radiofoniche in lingua albanese presso alcune emittenti locali; vi sono periodici in lingua albanese (testate "storiche" si considerano "Katundi Inë", "Lidhja - Il legame" e "Zëri i Arbëreshëvet - La voce degli Albanesi"), diffusi principalmente nell’ambito dei gruppi legati alla promozione culturale della specificità albanofona. In lingua arbëresh si è sviluppata anche una discreta produzione letteraria.

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Griko (greco)

Tipologia linguistica: indoeuropeo. Gruppo a sé stante nella famiglia delle lingue indoeuropee, il greco vanta come è noto antichissime tradizioni culturali. Il greco moderno nella variante demotikì (‘popolare’) è dal 1976 l’unica lingua ufficiale della Repubblica di Grecia, dove si è imposto al termine di una secolare "Questione della lingua" legata al parallelo utilizzo letterario di un modello classicheggiante (katharevousa) alquanto discosto dall’uso parlato. Il greco moderno si parla inoltre nella Repubblica di Cipro (dove è lingua ufficiale) e, in varianti dialettali, presso minoranze più o meno consistenti stanziate nell’Epiro albanese, in Turchia e lungo le coste europee del Mar Nero (Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia), ove è in forte regresso. Il greco di tradizione bizantina è la lingua liturgica di alcune chiese ortodosse orientali.

Diffusione in Italia: nell’antichità classica, come è noto, popolazioni elleniche colonizzarono stabilmente la Sicilia e gran parte dei territori costieri dell’Italia meridionale, ove l’utilizzo del greco come lingua di cultura si protrasse a lungo dopo la caduta dell’Impero. Tracce consistenti del sostrato ellenico si riconoscono nei dialetti italiani meridionali, soprattutto della Calabria e della Puglia, regioni nelle quali è documentata più a lungo la presenza di aree consistenti di lingua greca: fino al sec. XIII erano certamente ellenofone molte località del Salento, della Calabria meridionale e della Sicilia orientale; ancora nel sec. XVI, quando la liturgia orientale cominciò a essere sostituita da quella latina, con grave detrimento del prestigio dell’idioma, i centri di lingua greca erano 27 nel Salento, 20 in Calabria e uno in Sicilia. Attualmente i dialetti greci, in forte regresso, occupano nell’Italia meridionale due aree ben distinte: in Puglia nel Salento, ove la parlata è detta grico (comuni di Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatìa e Zollino), e in Calabria nell’Aspromonte, ove il dialetto viene denominato romaico, nei centri di Bova, Bova Marina, Condofuri, Roccaforte del Greco e Roghudi. Una comunità ellenofona piuttosto compatta si è formata da tempo a Reggio Calabria come conseguenza dell’emigrazione dai comuni dell’Aspromonte.

Considerazioni generali: intorno all’origine delle comunità ellenofone dell’Italia meridionale si è sviluppata nel tempo una polemica scientifica, che divide gli studiosi tra i fautori dell’ipotesi di una sopravvivenza delle parlate greche dell’antichità classica - posizione sostenuta in particolare dall’illustre linguista tedesco G. Rohlfs - e quanti ritengono invece che le comunità ellenofone abbiano un’origine più recente, legata a ripopolamenti che risalirebbero all’epoca biantina. Quale che sia la data dell’installazione di questi gruppi, sta di fatto che nelle comunità complessivamente dette grecaniche dell’Italia meridionale si parlano dialetti evolutisi in maniera autonoma rispetto al greco moderno, con caratteri conservativi e, naturalmente, con significativi influssi delle circostanti parlate neolatine, che rivelano a loro volta, come si è accennato, un consistente apporto ellenico di sostrato o di adstrato. La disomogeneità areale e lo scarso prestigio sociale delle parlate sono tra le cause dell’attuale regresso dei dialetti grecanici, e pongono anche problemi legati alla loro rivitalizzazione e alla formalizzazione di uno o più standard. Fu viva in passato la polemica tra i fautori di un "restauro" della grecità calabrese che tenesse conto dell’affinità tipologica col modello neogreco (moderatamente sostenuta dallo stesso Rohlfs), e quanti ritengono invece opportuno valorizzare la specificità delle parlate a partire dall’uso vivo, rispettandone l’evoluzione naturale anche negli aspetti di contaminazione e di commistione con le parlate romanze. Aspetto non secondario della questione è quello legato all’utilizzo dell’alfabeto latino, naturalmente più familiare ai locutori di quello greco.

Consistenza numerica: la popolazione complessiva dei comuni della "Grecìa" salentina è di circa 33.000 abitanti, mentre i comuni grecanici dell’Aspromonte non raggiungono i 14.000. In assenza di statistiche recenti, un calcolo probabilmente ottimistico fissa attualmente in circa 10-12.000 il numero complessivo degli ellenofoni.

Status: in base alle normative di legge, il greco è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; le legislazioni regionali, in particolare quella calabrese, prevedono forme diversificate di tutela e valorizzazione della specificità linguistica delle comunità ellenofone, ma non risultano al momento attuale iniziative consistenti in tal senso.

Utilizzo pubblico: non risultano al momento forme di bilinguismo a livello ufficiale; le varietà italo-greche trovano qualche utilizzo nella toponomastica locale.

Educazione: sebbene a livello non ufficiale, forme di sperimentazione dell’utilizzo delle varietà grecaniche in ambito didattico, alle scuole elementari e medie, vengono attuate sia nel Salento che nell’Aspromonte già dalla fine degli anni Settanta; il discreto attivismo di alcuni gruppi culturali, soprattutto in Calabria, ha portato a più riprese all’istituzione di corsi di apprendimento per adulti. La lingua e la cultura neogreca vengono insegnate in diverse università italiane, naturalmente con esclusivo riferimento allo standard in uso in Grecia.

Media: vengono effettuate trasmissioni radiofoniche nelle varietà grecaniche a cura di emittenti locali; una discreta pubblicistica in romaico viene prodotta soprattutto in Calabria, col sostegno delle amministrazioni locali, da parte di gruppi attivi nel campo della tutela e della valorizzazione della specificità linguistica. Esiste da alcuni decenni una tradizione letteraria di qualche consistenza, che si appoggia anche a una discreta attività teatrale.

 

Català (catalano)
Hrvatski (croato)
 Sardu (sardo)
Arbëresh (albanese)
Griko (greco)
Français (francese)
Francoprovenzale
Occitan (occitano)
Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Français (francese)

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Il francese è una delle grandi lingue di cultura e uno degli idiomi di massima diffusione mondiale. Lingua ufficiale della Repubblica Francese e di numerosi paesi legati in passato da vincoli culturali o politici con la Francia, dispone di uno standard prestigioso che ha cominciato a sovrapporsi precocemente alle varietà dialettali, sulle quali si è esercitata, soprattutto dalla fine del sec. XVIII, una pesante pressione glottopolitica.

Diffusione in Italia: dopo avere rappresentato per secoli un modello culturale e linguistico di prestigio, fatto proprio da settori significativi della società (aristocrazia, borghesia colta), il francese non conserva attualmente un ruolo di particolare rilievo nella società italiana, se non come lingua straniera la cui conoscenza e il cui apprendimento rientrano ancora spesso nella formazione e nella prassi delle élites culturali ed economiche. Il francese ha tuttavia una discreta presenza come lingua veicolare e di comunicazione quotidiana lungo la fascia di confine, ove il tradizionale contesto di pluriglossia e plurilinguismo delle aree di frontiera ha visto spesso, in passato soprattutto, il prevalere di una competenza attiva del francese. Oltre che in Valle d’Aosta (v. oltre) ciò si è verificato in particolare per le zone di dialetto occitanico e franco-provenzale delle province di Cuneo e di Torino, caratterizzate anche da una storica emigrazione verso il paese d’Oltralpe, e in particolare in alcune vallate che nei secoli passati furono sottoposte a varie riprese all’amministrazione francese: in conseguenza di ciò nell’alta Val di Susa, ad esempio, il francese fu lingua ufficiale e di cultura fino al 1915 circa; una certa vitalità caratterizza ancora, in particolare, l’uso del francese nelle valli di confessione valdese (Pellice e Germanasca), ove l’idioma d’Oltralpe ha antiche e radicate tradizioni liturgiche: in queste zone, i cognomi e la toponomastica sono spesso fissati in forma francese a partire dalle forme autoctone occitaniche o franco-provenzali, a testimonianza di un utilizzo diffuso a livello burocratico-amministrativo e scolastico, che si protrasse durante l’amministrazione sabauda e ancora in età postunitaria.

Considerazioni generali: il francese ha costituito quindi il "tetto" di prestigio e la lingua di riferimento culturale per i patois delle valli alpine prima del diffondersi capillare dell’italianizzazione. Ciò è particolarmente verificabile in Valle d’Aosta, regione di dialetto franco-provenzale presso la quale il francese godette e gode tuttora di un forte prestigio. Il tradizionale utilizzo del francese come lingua amministrativa e di cultura risale agli storici legami della valle con i domini d’Oltralpe di casa Savoia, presso i quali l’utilizzo ufficiale della lingua risale al 1560. La francofonia è stata infatti un elemento decisivo nella valutazione della specificità della regione e nella lotta per l’autonomia, sfociata (1945-48) nella promulgazione dello statuto regionale, vincolato ad appositi trattati internazionali con la Francia. L’azione politica di tutela (ad opera soprattutto del partito di raccolta, l’Union Valdôtaine) si è quindi basata sulla promozione del francese assai più che sull’uso quotidiano del patois franco-provenzale, e ciò malgrado il progressivo regresso del francese stesso, che ha oggi funzioni prevalenti di carattere statutario e rappresentativo, mentre l’utilizzo quotidiano appare vieppiù insidiato dal progredire dell’italiano.

Consistenza numerica: per i motivi accennati, non si può affermare che esistano comunità, in Italia, che abbiano il francese come lingua prima: salvo casi individuali, in Val d’Aosta e nelle valli piemontesi l’utilizzo di tale idioma è legato all’apprendimento scolastico o a una consuetudine acquisita al di fuori del contesto familiare, ed è pertanto impossibile dare stime anche approssimative sulla frequenza d’uso. Si può asserire che almeno l’intera popolazione della provincia di Aosta sia in vario modo coinvolta in una conoscenza più o meno attiva del francese, che trova impiego (sempre meno nell’uso parlato) accanto all’italiano, ai locali dialetti franco-provenzali, al tedesco walser nelle zone interessate e ai dialetti italiani degli immigrati, in particolar modo il piemontese.

Status: in base alle normative di legge, il francese è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; tale situazione riflette essenzialmente la volontà di adeguare le disposizioni nazionali allo spirito degli accordi internazionali che regolano fin dall’immediato dopoguerra la prassi del bilinguismo ufficiale italiano-francese per la regione autonoma Valle d’Aosta.

Utilizzo pubblico: in Valle d’Aosta vige ufficialmente il regime di bilinguismo italiano-francese. La scelta dell’una o dell’altra lingua nei rapporti con l’amministrazione è a discrezione del pubblico, e il reclutamento del personale è condizionato dalla conoscenza attiva del francese. Bilingue è anche la segnaletica stradale e la toponomastica (per i nomi di luogo prevale normalmente la notazione in forma francese). Gli accordi internazionali che regolano la pratica del bilinguismo sono tuttavia meno rigidi e vincolanti di quelli che riguardano l’utilizzo del tedesco in Alto Adige. Nelle valli piemontesi, la conoscenza diffusa del francese accanto ai dialetti locali e all’italiano non ha ricadute in termini di uso ufficiale.

Educazione: in base agli statuti del 1948 l’educazione scolastica in Valle d’Aosta viene impartita in italiano e in francese, ed è regolata ad apposite normative nazionali e regionali. Nelle valli piemontesi, l’insegnamento scolastico del francese viene di norma impartito con le modalità che regolano l’apprendimento delle lingue straniere secondo i programmi curricolari.

Media: la funzione statutaria e rappresentativa della lingua francese ne favorisce in Valle d’Aosta l’utilizzo mediatico: in francese si pubblicano un quotidiano e altri periodici, si trasmettono programmi televisivi e radiofonici (nel servizio pubblico, in percentuali ridotte): esiste un’editoria in lingua francese che produce testi di autori locali, in francese si organizzano rappresentazioni teatrali e cinematografiche. Non va inoltre dimenticata l’influenza esercitata dai media d’Oltralpe: la televisione e le radio francesi e svizzere vengono regolarmente captate, e vi è larga possibilità di accesso alla stampa periodica e alla produzione editoriale proveniente da oltre confine.

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Francoprovenzale

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Per "francoprovenzale" si intende un gruppo di dialetti estremamente differenziati tra loro, dotati nondimeno di alcuni tratti fonetici e morfologici unitari, che li distinguono dalle contermini parlate di tipo occitanico e francese. Oltre che in Italia, parlate di tipo francoprovenzale (per lo più in forte regresso) sono diffuse nella Svizzera Romanda, in Savoia e in una zona dai confini estremamente incerti che comprende una parte del Lionese, del Delfinato e della Franca Contea. L’originalità dei dialetti francoprovenzali fu osservata soltanto nel 1878 dal linguista G.I. Ascoli, che con criteri analoghi a quelli utilizzati per la definizione del gruppo ladino isolò una serie di parlate caratterizzate da elementi specifici e da tratti in comune sia col francese che con l’occitanico, ma combinati in modo da connotare in maniera peculiare tali dialetti. La specificità del tipo francoprovenzale fu tuttavia contestata da linguisti francesi come P. Meyer e G. Paris, convinti dell’impossibilità di individuare un gruppo linguistico autonomo sulla base dei tratti fonetici di dialetti che sfumano di fatto gli uni negli altri senza soluzione una reale di continuità.

Diffusione in Italia: dialetti di tipo francoprovenzale si parlano in Valle d’Aosta e in provincia di Torino nella val Sangone, nella media e bassa val di Susa, in val Cenischia e nelle valli di Lanzo, dell’Orco e Soana. Di tipo francoprovenzale è pure il dialetto dei due comuni di Faeto e Celle San Vito, in provincia di Foggia, ove la parlata fu probabilmente importata da immigrati valdesi nel corso del sec. XV. Resta estremamente difficile stabilire dei limiti esatti nella definizione del territorio di parlata francoprovenzale: se in Valle d’Aosta esso può farsi coincidere convenzionalmente con la regione amministrativa (tranne presso le comunità germanofone dei Walser, ove peraltro il francoprovenzale è parlato accanto alle varietà locali), non va dimenticato che il fondovalle è storicamente interessato dalla presenza del piemontese (oggi in forte regresso), e che l’italiano e il francese, che convivono nella regione come lingue ufficiali e di cultura, hanno contribuito a emarginare la pratica viva del patois, circoscritta soprattutto nelle alte valli e nei centri meno esposti al contatto; nelle valli della provincia di Torino il progredire anche recente del piemontese ha eroso abbondantemente il territorio di parlata francoprovenzale, che in passato doveva essere assai più esteso verso la pianura. Nelle colonie della provincia di Foggia, il dialetto è da sempre esposto al contatto linguistico con le circostanti parlate pugliesi.

Considerazioni generali: nell’area linguistica francoprovenzale, storicamente frammentata dal punto di vista politico, si impose precocemente, a varie riprese, l’utilizzo del francese come lingua veicolare, amministrativa e di cultura: in area francese già nel sec. XIII, in Valle d’Aosta soprattutto a partire dal sec. XVI. Ciò spiega, tra l’altro, non solo come non si sia mai sviluppata una koinè regionale, ma come le singole varietà dialettali, anche nei centri maggiori, non abbiano mai espresso un vero prestigio e una significativa letteratura. Negli anni Settanta un indirizzo politico-culturale presente soprattutto in area italiana e francese ha vagheggiato la formalizzazione di uno standard artificiale, convenzionalmente denominato harpeitan (arpitano) e basato sulla media dei tratti linguistici unitari dell’area. Tale elaborazione non ha mai trovato applicazioni pratiche al di fuori dei contesti militanti, e la vitalità del patois resta di fatto tuttora affidata all’uso parlato e allo sviluppo recente di una letteratura dialettale (poesia e teatro soprattutto) particolarmente vivace in Valle d’Aosta.

Consistenza numerica: per i motivi accennati, una stima numerica dei locutori è estremamente difficile: è certamente eccessivo il numero di 70.000 parlanti in Valle d’Aosta, dove il francoprovenzale sconta la concorrenza di due lingue ufficiali e di una varietà veicolare (il piemontese) peraltro in forte regresso; resta più plausibile quella di circa 20.000 persone di dialetto francoprovenzale nelle valli torinesi, anch’essi in condizioni di plurilinguismo e diglossia che condizionano e limitano di fatto l’utilizzo del patois, relegandolo ai livelli più bassi della prassi comunicativa. Nelle comunità di Faeto e Celle San Vito (abitate rispettivamente da circa 1200 e 450 abitanti) l’uso della parlata francoprovenzale è da tempo in netto regresso.

Status: in base alle normative di legge, il francoprovenzale è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; il parallelo riconoscimento di un analogo status per il francese, in osservanza dei trattati internazionali e delle leggi istitutive che regolano l’autonomia amministrativa della Valle d’Aosta pone peraltro una seria ipoteca sulle possibilità di valorizzazione dei dialetti francoprovenzali della regione, ove essi sono tradizionalmente percepiti come varietà bassa rispetto alla pratica istituzionale del bilinguismo italiano-francese. Le norme di tutela delle minoranze etnico-linguistiche emanate dalla Regione Piemonte sono naturalmente estese anche alle parlate francoprovenzali.

Utilizzo pubblico: fino ad oggi, le particolari condizioni sociolinguistiche dell’area di dialetto francoprovenzale non hanno favorito l’adozione del patois a livelli formali. In Valle d’Aosta lo stesso partito di raccolta delle istanze autonomistiche, l’Union Valdôtaine, ha costantemente privilegiato la pratica del bilinguismo ufficiale italiano-francese, considerandolo elemento fondante dell’originalità storico-culturale della regione.

Educazione: a fronte delle precise norme che regolano l’educazione bilingue a base franco-italiana in Valle d’Aosta, nessun provvedimento ufficiale in materia ha riguardato finora il francoprovenzale, né in quella regione autonoma, né in provincia di Torino, né presso le comunità del Foggiano. L’utilizzo didattico del dialetto avviene dunque in maniera episodica e discontinua, per iniziativa di singoli insegnanti e su richiesta dei genitori, trovando discreta applicazione soprattutto nei livelli che vanno dalla scuola materna alle medie. Presso l’Università di Torino, in particolare nell’ambito del progetto di Atlante linguistico-etnografico del Piemonte Occidentale si è sviluppata d tempo la ricerca scientifica e la riflessione sulle parlate francoprovenzali.

Media: non esistono stazioni radio o televisive che trasmettono esclusivamente in francoprovenzale. La terza rete RAI della Valle d’Aosta ha prodotto alcuni programmi in patois, relativi soprattutto alle tradizioni e alla cultura regionale. Discreta visibilità hanno, in Valle d’Aosta, le attività di valorizzazione del patois a livello di produzione letteraria e di sperimentazione teatrale, che si basano su un diffuso attivismo legato ad associazioni e centri culturali (Comité del traditions Valdôtaines, Société des Recherches et d’Études francoprovençales ecc.), che pubblicano anche bollettini e fogli informativi con parti in francoprovenzale. Meno presente è l’attivismo dei gruppi culturali froncoprovenzali in Piemonte, mentre a Faeto e a Celle San Vito la promozione della specificità locale è ancora condotta a livelli individuali e volontaristici.

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Occitan (occitano)

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. La denominazione "occitano" o "occitanico", di tradizione dotta, individua le parlate della Francia meridionale, frammentate in una serie di sottovarietà regionali, nelle quali si espresse durante il medio evo una tradizione letteraria (scuola trobadorica o cortese) successivamente esauritasi col progressivo venir meno delle condizioni socio-politiche che ne avevano favorito la fioritura. Regredite a livello di parlate dialettali per la pressione del francese a partire dal sec. XIV, le varietà occitaniche conobbero nel sec. XIX un rinascimento culturale, non esente da istanze politiche di impronta regionalista, grazie in particolare al movimento poetico dei félibres, il cui esponente più noto, Frédéri Mistral, conseguì nel 1904 il premio Nobel per la letteratura. Le varietà occitane sono in Francia riconosciute come lingua minoritaria e godono di forme minime di tutela in rapporto alle leggi nazionali in materia. Una varietà di tipo guascone, l’Aranese, parlata in Spagna da 5000 persone in una valle pirenaica dipendente dalla regione autonoma catalana, è l’unico dialetto occitano dotato di prerogative di ufficialità (accanto allo spagnolo e al catalano) nel suo territorio storico di diffusione.

Diffusione in Italia: i dialetti occitani parlati in Italia appartengono alla sottovarietà alpina del tipo provenzale; diffusi in diverse valli cisalpine delle province di Cuneo e di Torino, i dialetti occitani sono esposti alla secolare pressione del piemontese, soprattutto nei fondovalle, e risentono naturalmente del duplice prestigio dell’italiano e del francese, tradizionalmente praticato quest’ultimo, come lingua di cultura, presso le comunità di confessione valdese delle valli Pellice e Chisone. Va inoltre sottolineata la difficoltà di individuare la tipologia linguistica di quelle varietà che costituiscono in certo qual modo la transizione verso il tipo piemontese della pianura; la recente presa di coscienza della specificità linguistica occitana (risalente in Italia soltanto agli anni Sessanta), ha generato inoltre non pochi equivoci sul carattere di alcune parlate di tipo schiettamente ligure o piemontese, che per motivi ideologici o di politica culturale sono stati spesso ricondotti a una inesistente matrice occitana: è il caso ad esempio dei dialetti "brigaschi" dell’alta val Tanaro e di Realdo e Verdeggia in provincia di Imperia, e di quello di Olivetta San Michele nell’entroterra di Ventimiglia, mentre una impronta occitana si riscontra effettivamente in alcune parlate delle valli Pesio ed Ellero. Con una certa approssimazione, tenendo anche conto della compresenza spesso massiccia del piemontese, si possono considerare di tipo schiettamente occitano le parlate dei seguenti comuni: in provincia di Cuneo, Limone e Vernante in val Vermenagna, Entraque, Valdieri e Roaschia in val Gesso, Argentera, Pietraporzio, Sambuco, Vinadio, Aisone, Demonte (con forte presenza piemontese nel capoluogo), Moiola, Gaiola, Valloriate e Roccasparvera in val Stura, Castelmagno, Pradleves e Monterosso Grana in val Grana, Acceglio, Prazzo, Elva, Canosio, Marmora, Stroppo, Macra, Celle e Cartignano in val Maira, Pontechianale, Bellino, Casteldelfino, Sampeire, Frassino, Melle e Valamala in val Varaita; in provincia di Torino, Crissolo, Oncino, Ostana e parte dei comuni di Paesana e Sanfront in val Po, Bobbio Pellice, Villar Pellice e Angrogna in val Pellice, Pragelato, Usseaux, Fenestrelle, Roure, Prali, Massello, Salza, Perrero, Pomaretto, Perosa Argentina (tranne il capoluogo), Pinasca (tranne il capoluogo), Inverso Pinasca, San Germano, Pramollo, Prarostino, San Pietro Val Lemina nelle valli Chisone e Germanasca, Chiomonte, Exilles, Salbertrand, Oulx, Sauze d’Oulx, Bardonecchia, Cesana, Claviere, Sauze di Cesana, Sestriere in alta val di Susa. Un dialetto occitano si parla infine a Guardia Piemontese in provincia di Cosenza, ove fu importato nel sec. XV da coloni valdesi.

Considerazioni generali: il concetto unificante di una minoranza e di una coscienza collettiva "occitana" è dato relativamente recente, frutto di una elaborazione teorica prima che di una oggettiva realtà storico-culturale e linguistica; il punto debole del concetto di "Occitania" divulgato dai gruppi militanti nazionalisti risiede essenzialmente, infatti, nella mancanza di una identità comune alle popolazioni e alle regioni che si vorrebbero riunire sotto questa denominazione; storie diverse e tradizioni linguistico-culturali specifiche dividono i Paesi d’Oc e ne fanno, di conseguenza, entità geografiche e antropiche profondamente differenziate tra loro. Il dato emerge con particolare evidenza in relazione ai problemi connessi con l’adozione di uno standard linguistico unificato. L’affermazione del movimento felibristico ha divulgato una lingua letteraria basata sul provenzale della valle del Rodano: si parte cioè dal presupposto di un modello linguistico localizzato, da esportare nel resto del Midi e destinato a convivere con varietà locali spesso molto differenziate tra loro. La scuola "occitanista", al contrario, divulga un modello artificioso di lingua letteraria, basata sul richiamo all’antica koinè trobadorica e sull’utilizzo di una grafia storica estremamente lontana dall’uso parlato nelle varie regioni, ma in grado, secondo i suoi sostenitori, di esprimere al contempo l’unità e la varietà degli idiomi regionali di tipo occitanico. La distinzione tra "provenzale" e "occitano", legata anche a interpretazioni diverse del dettato politico autonomista (gli occitanisti si muovono in genere in senso marcatamente nazionalista, i provenzalisti in senso moderatamente federalista) ha avuto conseguenze sulle prospettive di recupero culturale delle parlate occitaniche in Italia: i gruppi di attivisti e di cultori si dividono infatti tra questi due possibili riferimenti in un dibattito acceso, nel quale la realtà viva (e frazionatissima) delle parlate locali passa spesso in secondo piano rispetto a dispute ideologiche che rischiano di indebolire la credibilità delle iniziative di recupero e di salvaguardia della specificità locale. A Guardia Piemontese, la parlata è da secoli esposta al contatto linguistico con le contermini varietà calabresi, che ne hanno influenzato il lessico e la struttura.

Consistenza numerica: zone sottoposte da decenni a processi di intenso spopolamento, le valli alpine delle province di Cuneo e di Torino sono anche tradizionalmente aperte, come si è visto, a una pratica plurilingue che coinvolge accanto ai dialetti locali il piemontese, l’italiano e il francese. E’ quindi difficile azzardare una stima esatta del numero delle persone di madrelingua occitana. Su una popolazione complessiva di circa 80.000 abitanti, circa la metà dovrebbe avere una conoscenza attiva dei dialetti locali. A Guardia Piemontese, la popolazione di circa 3000 abitanti è lontana da una conoscenza diffusa del dialetto, che risulta comunque discretamente vitale.

Status: in base alle normative di legge, l’occitano è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano; le norme di tutela delle minoranze etnico-linguistiche emanate dalle regioni Piemonte e Calabria sono naturalmente estese anche alle parlate occitane.

Utilizzo pubblico: le norme di tutela e valorizzazione a livello regionale e nazionale non hanno finora comportato un utilizzo dell’occitano nelle pratiche amministrative e in altri contesti pubblici, anche se le dizioni locali trovano discreta visibilità in ambiti rappresentativi come la toponomastica. Tra i problemi connessi a un uso più esteso delle varietà occitane, quello di uno standard, o almeno di una grafia unitaria, è al centro, come si è detto, di una serrata discussione.

Educazione: Dagli anni Settanta, le varietà occitane trovano episodico utilizzo nella pratica didattica delle scuole materne ed elementari, su iniziativa di singoli insegnanti e di gruppi di richiedenti. Presso l’Università di Torino, soprattutto in seno al progetto di Atlante Linguistico-Etnografico del Piemonte Occidentale si è sviluppata d tempo la ricerca scientifica e la riflessione sulle parlate occitane.

Media: mentre va sottolineata una discreta produzione letteraria e pubblicistica, facente capo in gran parte ai gruppi culturali e militanti impegnati nella tutela e nella valorizzazione delle parlate locali (Coumboscuro, Ousitanìo Vivo, Valados Usitanos ecc.) l’occitano non trova spazio, se non in maniera del tutto occasionale, nelle trasmissioni radiofoniche e televisive a carattere locale.

 

 

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Tipologia linguistica: indoeuropeo, germanico. Il tedesco, uno dei grandi idiomi europei di cultura, è lingua ufficiale della Germania e dell’Austria e del Liechtenstein, lingua co-ufficiale in Svizzera e Lussemburgo; minoranze di lingua o dialetto tedesco sono presenti in Danimarca, Belgio, Francia e in diversi paesi dell’Europa orientale come frutto di migrazioni protrattesi dal medio evo al sec. XVIII.

Diffusione in Italia: in Italia si parlano tradizionalmente dialetti di tipo germanico in tutta la provincia autonoma di Bolzano (con esclusione delle valli ladine, ove peraltro il tedesco è da sempre lingua di riferimento culturale): tale area costituisce una penisola linguistica rispetto al retroterra austriaco, dal quale l’Alto Adige (o Tirolo Meridionale) si trovò politicamente separato solo al termine della prima guerra mondiale. Il forte sentimento di appartenenza della comunità sudtirolese fu inutilmente osteggiato dall’amministrazione italiana soprattutto durante il ventennio fascista, e nel secondo dopoguerra trovò espressione politica nella Südtiroler Volkspartei, il partito di raccolta locale che si trovò a gestire le fasi più delicate dell’applicazione dei trattati internazionali che regolano la corretta applicazione delle norme di tutela della minoranza. Al di fuori di quest’area, dialetti di tipo germanico sono praticati, come frutto di migrazioni avvenute in periodo medievale, in una serie di nuclei diversamente collocati lungo l’arco alpino, residuo in genere di popolamenti un tempo più estesi. Appartengono al tipo walser (di dialetto alemannico) le comunità germanofone di Issime, Gressoney-la-Trinité e Gressoney-Saint-Jean in provincia di Aosta, di Alagna Valsesia, Rimella e Rima (dove peraltro il dialetto walser risulterebbe estinto) in provincia di Vercelli, di Formazza e Macugnaga in provincia di Novara; in provincia di Trento un dialetto bavarese arcaico sopravvive nella val Fersina (o dei Mòcheni) nei centri di Fierozzo, Frassilongo, Palù, e poi a Roveda, Folgaria, Luserna, Sant’Orsola; è di tipo bavarese-austriaco anche il dialetto germanico parlato a Sappada in provincia di Belluno (ove risulta estinta l’altra isola germanofona di Farra d’Alpago), mentre a Rotzo, Roana e Rudi frazione di Gallio, in provincia di Vicenza, e a Giazza frazione di Selva di Progno in quella di Verona poche decine di persone parlano ancora un’altra varietà bavarese arcaica, comunemente definita "cimbro", un tempo praticata in tutto l’altipiano di Asiago e nella zona dei cosiddetti "Tredici Comuni". In provincia di Udine dialetti germanici di ceppo carinziano si parlano nelle località di Sauris, Timau, Tarvisio, Ugovizza e nella Val Canale, spesso in condizione di pluriglossia con le varietà friulane e, nel caso di Tarvisio, con lo sloveno arcaico e col tedesco standard.

Considerazioni generali: oltre alla diversa consistenza numerica, la particolarità della situazione altoatesina rispetto a quella dei gruppi germanofoni minori è data dall’adozione dello standard tedesco come modello di riferimento per le pratiche connesse con la tutela della lingua minoritaria: i pur vivissimi dialetti tirolesi e la stessa koinè di tipo austro-tirolese normalmente impiegata nella pratica quotidiana sopralocale non rappresentano - come nel caso del francoprovenzale in Valle d’Aosta - oggetto di normative di tutela e valorizzazione; ciò è legato alla tradizione storica della popolazione del Tirolo meridionale, storicamente integrata nella realtà amministrativa austriaca fino al 1918 e di conseguenza abituata a una situazione di diglossia tra il tedesco letterario ufficiale e le parlate locali. Del tutto diversa, salvo eccezioni, è la situazione delle altre isole e penisole linguistiche di ceppo germanico, presso le quali il dialetto è storicamente integrato in situazioni di diglossia o pluriglossia che riguardano l’italiano e le varietà italoromanze contermini. In questi casi, l’assenza di fatto di un tetto linguistico standardizzato rende di fatto più difficile l’applicazione di una corretta politica di tutela dell’idioma, storicamente praticato a livello vernacolare in condizioni sociolinguistiche non diverse da quelle di altre lingue minoritarie prive di un modello normativo di riferimento.

Consistenza numerica: la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige ammonta, in base agli ultimi censimenti, a circa 270.000 persone; per le varietà germaniche praticate lungo l’arco alpino, una stima approssimativa di circa 10.000 persone è probabilmente ottimistica: i dati del gruppo mòcheno di Palù, Fierozzo e Frassilongo, relativi al 1981, parlano di 975 locutori su un totale di 1187 abitanti, pari all’82,14 %.

Status: in base alle normative di legge, il tedesco è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano. In provincia di Bolzano il processo di tutela e riconoscimento, basato sugli accordi italo-austriaci che (soprattutto a partire dal 1972) hanno posto fine alla difficile stagione del secondo dopoguerra, trovano piena applicazione in una serie di norme sul bilinguismo ufficiale italiano-tedesco,che fa della comunità sudtirolese una delle minoranze etnico-linguistiche meglio tutelate in Europa: in Alto Adige il tedesco è lingua co-ufficiale parificata all’italiano a tutti i livelli della pratica formale e nei rapporti tra cittadini e autorità costituite. Per le altre comunità germanofone, il recente riconoscimento legato alla promulgazione della legge 482 si sovrappone a una serie di normative regionali (Valle d’Aosta, Piemonte, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia) nelle quali la tutela di questi gruppi si integra in un quadro più generale di rispetto e valorizzazione delle specificità linguistiche delle minoranze presenti sul territorio. Più consistente in provincia di Trento - ove tuttavia non è neppur paragonabile alla situazione del vicino Alto Adige - questa attenzione raggiunge livelli minimi in Valle d’Aosta, nel cui statuto di autonomia non si fa neppure esplicito riferimento all’esistenza delle comunità walser.

Utilizzo pubblico: rispetto all’applicazione piena e totale del bilinguismo italiano-tedesco nella provincia autonoma di Bolzano, le comunità germanofone minori non hanno visto finora un utilizzo delle varietà locali nell’uso pubblico, tranne nel caso di iniziative minori, che assicurano una certa visibilità ai dialetti germanici soprattutto nel campo della toponomastica.

Educazione: in Alto Adige la pratica didattica dalle scuole materne a tutti i tipi di secondaria è regolata in base al principio della rigida separazione tra la scuola di lingua italiana e quella di lingua tedesca, ove l’altra lingua co-ufficiale viene comunque insegnata come materia obbligatoria. Nelle comunità germanofone minori, e in particolare presso i Walser del Piemonte e della Valle d’Aosta sono stati effettuati diversi esperimenti, per lo più a carattere volontaristico, aventi come scopo l’inserimento del dialetto nella pratica didattica a livello di scuola materna ed elementare.

Media: in provincia di Bolzano la diffusione del tedesco è agevolata dalla presenza di numerose associazioni e istituzioni che promuovono la cultura germanica. L’istruzione scolastica generalizzata, la presenza di università dell’area tedesca, la diffusione di mezzi di comunicazione sociale (televisione, radio, stampa e cinema), la stessa pratica religiosa spingono i sudtirolesi ad un uso sempre più esclusivo della lingua tedesca. Presso le comunità germanofone minori, il moltiplicarsi delle iniziative culturali, a carattere per lo più volontaristico, non è supportata da una presenza consistente delle varietà locali nei media: associazioni e centri di studi, soprattutto in area walser e "cimbrica" hanno dato vita a pubblicazioni periodiche monolingui o plurilingui dedicate alla vita e alle tradizioni locali. In Valle d’Aosta esiste qualche trasmissione radiofonica in dialetto walser.

 

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Deutsch (tedesco)
Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Ladin (ladino)

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Per ladino si intende, nell’uso corrente, l’insieme delle parlate romanze tradizionalmente parlate nell’area dolomitica, nelle province di Bolzano, Trento e Belluno, tipologicamente distinte dai contigui dialetti veneto-lombardi e, ovviamente, da quelli tedesco-tirolesi. L’originalità delle parlate ladine e il loro inquadramento in una superiore unità "retoromanza" sono un’acquisizione relativamente recente: fu il linguista G.I. Ascoli nei suoi Saggi ladini (1873) a individuare caratteri comuni alle parlate romance del cantone svizzero dei Grigioni, al friulano e, appunto, al ladino dolomitico, riconoscendo a quest’ultimo, in base a considerazione di ordine strettamente linguistico, una particolare autonomia nel contesto degli idiomi romanzi. Sia l’antica unità del tipo retoromanzo (che sarebbe stata progressivamente frammentata dall'immigrazione di genti germaniche e dall’espansione dei dialetti italiani), sia la specificità di queste parlate, furono variamente contestate nel corso dell’annosa "questione ladina" che oppose all’Ascoli studiosi come C. Battisti e C. Salvioni. In tempi più recenti, mentre appare sempre più evidente uno stretto legame tra il tipo retoromanzo nel suo insieme e le parlate italiane settentrionali antiche, si tende a riconoscere la specificità dei diversi gruppi retoromanzi in base ai caratteri culturali autonomi dei quali le popolazioni romance, ladine e friulane sono portatrici.

Diffusione in Italia: un confine linguistico netto si può stabilire, per il ladino dolomitico, soltanto in rapporto con l’area germanofona del Tirolo meridionale; verso il Trentino e il Veneto, infatti, i caratteri ladini digradano progressivamente, senza soluzione di continuità, in una tipologia linguistica che prelude al deciso affermarsi dei dialetti italoromanzi. Va inoltre osservato che le popolazioni delle valli ladine hanno sempre vissuto in condizioni di bilinguismo e di plurilinguismo, orientandosi di volta in volta, verso un uso, come lingue di cultura, del tedesco (in Alto Adige) o dell’italiano (in Trentino e nel Cadore). In Alto Adige sono di tipo ladino le parlate di Ortisei, Oltretorrente, Roncadizza e Bulla frazioni di Castelrotto, S. Cristina e Selva in Val Gardena, di S. Martino, Corvara, Badia, La Valle e Marebbe in val Badia; in Trentino, si considera prettamente ladina soltanto la val di Fassa sino a Moena (comuni di Campitello, Canazei, Mazzin, Moena, Pozza di Fassa, Soraga, Vigo di Fassa), mentre la val di Fiemme presenta già caratteri di transizione verso il tipo veneto-lombardo, che si accentuano poi in val di Sole e in val di Non; in provincia di Belluno, dialetti schiettamente ladini (sottovarietà atesina o cadorina) si parlano a Danta di Cadore, San Vito di Cadore, Lozzo di Cadore, Auronzo di Cadore, San Pietro di Cadore, Borca di Cadore, Livinallongo Col di Lana, Vodo di Cadore, Lorenzago di Cadore, Vigo di Cadore, Rocca Pietore, Cortina d’Ampezzo e Pieve di Cadore, il cui capoluogo è però venetizzato. E’ di tipo ladino-veneto la zona dell’Agordo e del Comelico.

Considerazioni generali: la particolare disposizione territoriale dell’area interessata, suddivisa in solchi vallivi spesso privi di comunicazione tra loro, ha accentuato la frammentazione dialettale del tipo ladino; anche il tradizionale utilizzo di lingue di cultura diverse, come il tedesco e l’italiano, non è stato privo di conseguenze nell’evoluzione del lessico e della struttura delle diverse parlate. La divisione amministrativa del territorio, verificatasi solo dopo l’annessione del Trentino, dell’Alto Adige e dell’Ampezzano all’Italia, ha avuto come si vedrà ulteriori conseguenze sulla definizione di una specificità linguistica e culturale ladina. Manca a tutt’oggi in particolare, malgrado i tentativi effettuati in tal senso, una koinè sopradialettale che, come il rumantsch grischun per l’area retoromancia svizzera (dove il romancio è lingua nazionale e co-ufficiale a tutti gli effetti), possa costituire un elemento di coesione e favorire l’ulteriore ampliamento delle funzioni del ladino in ambiti come quello educativo e quello burocratico-amministrativo.

Consistenza numerica: la popolazione complessiva delle valli ladine dell’Alto Adige era nel 1991 di 18.412 abitanti, il 90 % dei quali aveva dichiarato la propria appartenenza al gruppo linguistico ladino; la popolazione complessiva della val di Fassa era nel 1981 di 8246 persone, presso le quali non si hanno statistiche concernenti l’utilizzo della parlata locale; non si hanno statistiche precise neppure riguardo alla popolazione di lingua ladina nella provincia di Belluno; si può ragionevolmente calcolare in circa 30-35.000 unità il numero delle persone di madrelingua ladina nell’intero territorio interessato.

Status: in base alle normative di legge, il ladino è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano. Gli accordi italo-austriaci del 1948 e le successive applicazioni, sancendo il frazionamento amministrativo dell’area ladina, hanno provocato nel tempo un’assurda discriminazione nei confronti dei Ladini delle province di Trento e di Belluno: mentre cresceva infatti il processo di autonomia dell’Alto Adige, attraverso il quale i Ladini bolzanesi ottenevano forme significative di tutela, analoghe a quelle godute dal gruppo germanofono, i Ladini collegati alle province "italiane", e in particolare quelli del Veneto, non si videro riconosciuta alcuna prerogativa di minoranza etnico-linguistica, salvo quelle riconosciute loro dalle normative regionali. Ciò spiega tra l’altro i ripetuti tentativi dei comuni della val di Fassa e del Cadore di essere riuniti alla provincia di Bolzano, e la maggiore vitalità politica dei Ladini "italiani", ancora alla ricerca, malgrado le successive concessioni (anni Settanta) di una maggiore tutela. Le condizioni di tutela previste nel quadro dell’attuazione dello statuto di autonomia della Provincia di Bolzano restano comunque più favorevoli, per i Ladini dell’Alto Adige, delle possibilità che si aprono per gli altri gruppi con l’approvazione della legge 482.

Utilizzo pubblico: mentre in Alto Adige l’uso del ladino ha, nelle aree interessate, caratteri di co-ufficialità accanto al tedesco e all’italiano, fino ad oggi presso i gruppi ladini del Trentino e del Cadore non esistono, a livello ufficiale pratiche attuative di bilinguismo. Ovunque, il ladino trova utilizzo nella toponomastica locale.

Educazione: in provincia di Bolzano l’utilizzo delle diverse varietà ladine nella pratica didattica è regolato fin dal 1948 dalle leggi applicative dello statuto di autonomia, perfezionate negli anni Settanta con la creazione di un’Intendenza scolastica per le località ladine: questo ordinamento prevede l’insegnamento paritetico dell’italiano e del tedesco con il ladino come lingua strumentale. Il provincia di Trento, e soprattutto in quella di Belluno, la didattica del ladino è stata finora lasciata all’iniziativa di gruppi e istituzioni private, in mancanza di una normativa specifica in materia. Va ricordata inoltre l’attività di ricerca a livello universitario (presso l’ateneo di Trento e in diverse università austriache), concretizzatosi in particolare con un ampio progetto di Atlante Linguistico Ladino promosso dall’Università di Salisburgo.

Media: malgrado l’affermazione tutto sommato recente di una "identità" linguistica e culturale ladina, la cultura delle valli dolomitiche si è rivelata in grado di esprimere, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, una forte vitalità. Esistono numerose associazioni impegnate nella valorizzazione della lingua locale, per lo più integrate nella Union Generèla di Ladins dla Dolomites, mentre un punto di riferimento per le attività scientifiche e didattiche è costituito dall’Istitut Cultural Ladin di Vigo di Fassa. Questo fervore di attività si accompagna alla realizzazione di numerose pubblicazioni, a carattere periodico e non, mentre esistono trasmissioni radio in ladino promosse sia dall’ente pubblico che da emittenti private. La rete regionale televisiva della RAI trasmette occasionalmente programmi in ladino.

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Ladin (ladino)
Furlan (friulano)
Slovensko (sloveno)

Furlan (friulano)

Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo neolatino. Secondo una classificazione corrente, il friulano costituisce il ramo orientale di una superiore "unità" retoromanza comprendente anche il ladino dolomitico e il romancio grigionese. Indipendentemente da tale classificazione, sulla quale non tutti gli studiosi concordano, si è soliti quanto meno attribuire alle parlate friulane, a partire dai Saggi Ladini di G.I. Ascoli (1873), una speciale collocazione nel contesto italoromanzo: essa si basa sulle peculiarità morfologiche e lessicali del friulano, che riflettono vicende storiche originali legate all’autonomia goduta fino al 1420 dalla "Patria Friulana" sotto l’amministrazione politico-ecclesiastica dei patriarchi di Aquileia. La successiva annessione alla Repubblica di Venezia, e in parte minore all’Austria (1530), impedì un ulteriore sviluppo della specificità culturale friulana, anche se non annullò l’impronta linguistica originale.

Diffusione in Italia: si parla friulano nella maggior parte del Friuli storico, territorio che insieme alla provincia di Trieste costituisce dal 1964 la Regione Autonoma del Friuli-Venezia Giulia. Il Friuli corrisponde grosso modo alle attuali province di Udine, Pordenone e Gorizia; in gran parte del goriziano, però, il friulano convive con l’uso dello sloveno, che ha conosciuto una notevole crescita soprattutto nel corso dell’ultimo secolo; sempre in provincia di Gorizia, il dialetto romanzo di Grado (con l’appendice di Marano Laguna in provincia di Udine) e il "bisiacco" (parlato nei comuni di Staranzano, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Fogliano Redipuglia e Sagrado), sono di tipo veneto. Dialetti di tipo veneto "coloniale", praticati come varianti di prestigio, sono o erano diffusi nei centri urbani della regione: anche a Trieste, oggi completamente venetizzata e slavizzata, si parlò fino al sec. XIX un antico dialetto friulano. In alcune isole linguistiche della Carnia si parlano inoltre dialetti tedeschi e sloveni arcaici, spesso accanto alle varietà friulane contermini. Di tipo friulano è, invece la parlata di alcuni comuni dell’antico mandamento di Portogruaro in provincia di Venezia, e in particolare di San Michele al Tagliamento. Si considerano dunque friulani i dialetti parlati in tutta la provincia di Pordenone (che nella fascia di confine col Veneto assumono però un colorito nettamente venetizzante, ad esempio a Erto e Casso, in passato ritenute di parlata ladino-dolomitica), mentre, per quanto riguarda la provincia di Udine, l’ambito territoriale nel quale si praticano tradizionalmente varietà friulane è stato circoscritto dall’amministrazione ai seguenti comuni: Aiello del Friuli, Amaro, Ampezzo, Aquileia, Arta Terme, Artegna, Attimis, Bagnaria Arsa, Basiliano, Bertiolo, Bicinicco, Bordano, Buia, Buttrio, Camino al Tagliamento, Campoformido, Campolongo al Torre, Carlino, Cassacco, Castions di Strada, Cavazzo Carnico, Cercivento, Cervignano, Chiopris Viscone, Chiusaforte, Cividale, Codroipo, Colloredo di Montealbano, Comeglians, Corno di Rosazzo, Coseano, Dignano, Dogna, Enemonzo, Faedis, Fagagna, Fiumicello, Flaibano, Forgaria, Forni Avoltri, Forni di Sotto, Forni di Sopra, Gemona del Friuli, Gonars, Latisana, Lauco, Lestizza, Lignano Sabbiadoro, Ligosullo, Magnano in Riviera, Maiano, Manzano, Martignacco, Mereto di Tomba, Moggio Udinese, Moimacco, Montenars, Mortegliano, Moruzzo, Muzzana del Turgnano, Nimis, Osoppo, Ovaro, Pagnacco, Palazzolo dello Stella, Palmanova, Paluzza, Pasian di Sotto, Paularo, Pavia di Udine, Pocenia, Pontebba, Porpetto, Povoletto, Pozzuolo del Friuli, Pradamano, Prato Carnico, Precenicco, Premariacco, Preone, Prepotto, Ragogna, Ravascletto, Raveo, Reana del Rojale, Remanzacco, Resiutta, Rigolato, Rive d’Arcano, Rivignano, Ronchis, Ruda, San Daniele del Friuli, San Giorgio di Nogaro, San Giovanni al Natisone, Santa Maria la Longa, San Vito al Torre, San Vito di Fagagna, Sauris, Sedegliano, Socchieve, Sutrio, Talmassons, Tapogliano, Tarcento, Tarvisio, Tavagnacco, Teor, Terzo d’Aquileia, Tolmezzo, Torreano, Torviscosa, Trasaghis, Treppo Carnico, Treppo Grande, Tricesimo, Trivignano Udinese, Udine, Varmo, Venzone, Verzegnis, Villa Santina, Villa Vicentina, Visco e Zuglio.

Considerazioni generali: il friulano dispone storicamente di una koinè letteraria basata sulla sottovarietà centrale (udinese), che ha acquisito col tempo anche funzioni di lingua veicolare in un’area più vasta di quella originaria. Su questo "friulano comune" si appuntano in particolare i progetti di normalizzazione e formalizzazione di una lingua friulana sopradialettale, che dispone da alcuni anni di uno standard ortografico riconosciuto per legge dall’Amministrazione Provinciale di Udine. Sui problemi di normalizzazione e standardizzazione del friulano è in corso attualmente un serrato dibattito che coinvolge le istituzioni culturali, politiche e accademiche della regione.

Consistenza numerica: secondo stime approssimative, e in mancanza di statistiche più precise, il friulano è parlato da un numero di persone oscillante tra le 500 e le 700.000 unità.

Status: in base alle normative di legge, il friulano è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano. Le leggi istitutive della Regione Autonoma del Friuli-Venezia Giulia e successivi provvedimenti a carattere regionale - in particolare la LR 15/1996 -, hanno progressivamente allargato le prospettive di una valorizzazione del friulano ai diversi livelli della pratica didattica e della prassi amministrativa, senza sfociare peraltro, in assenza fino ad oggi di un inquadramento nazionale della problematica, in forme di bilinguismo e di co-ufficialità con l’italiano.

Utilizzo pubblico: si limita essenzialmente, per ora, alla toponomastica e alla traduzione di atti ufficiali dei singoli comuni e delle province; ciò avviene però senza sistematicità, anche a causa del riproporsi dei problemi legati alle esigenze di salvaguardia delle sottovarietà dialettali locali rispetto all’affermarsi della koinè. L’uso di quest’ultima viene promosso in particolare dalle amministrazioni pubbliche e dalla Chiesa cattolica, molto attiva sul fronte della tutela dell’identità linguistica regionale: sotto questo aspetto, va ricordato che il friulano è l’unica varietà regionale o minoritaria italiana a disporre di una traduzione integrale della Bibbia.

Educazione: l’utilizzo didattico del friulano non è stato ancora organizzato a livello istituzionale, ma, soprattutto a partire dagli anni Settanta, le iniziative a carattere privato, su iniziativa di gruppi di richiedenti, si sono moltiplicate in tutta la regione. Il friulano - prevalentemente nella varietà di koinè - dispone di buoni strumenti didattici, e la formazione di insegnanti specializzati è portata avanti da istituzioni culturali di vario livello, dalla Società Filologica Friulana all’associazione Scuele Furlane. Di particolare rilievo è il ruolo svolto dall’Università degli Studi di Udine, presso la quale sono attivi l’Osservatorio Regionale della Lingua e della Cultura Friulane, un centro di ricerca e documentazione sulla lingua regionale e il Centro Internazionale di Studi sul Plurilinguismo, particolarmente attento alle problematiche legate allo studio e alla valorizzazione della realtà linguistica regionale.

Media: la letteratura in friulano, le cui prime attestazioni risalgono al sec. XIV, ha conosciuto un particolare sviluppo nell’ultimo secolo, con la comparsa di poeti e prosatori di notevole livello artistico; questa fase è coincisa con una crescita della produzione pubblicistica in friulano, che può contare su diverse testate a periodicità mensile, semestrale e annuale, nelle quali trovano spazio soprattutto temi di carattere culturale, linguistico e storico. Il friulano viene utilizzato in diverse trasmissioni radiofoniche, per lo più a carattere privato, e più occasionalmente in trasmissioni televisive.

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Slovensko (sloveno)

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Tipologia linguistica: indoeuropeo, gruppo slavo meridionale. Lo sloveno, nella sua varietà letteraria, è lingua ufficiale della Repubblica di Slovenia. Piccole minoranze di lingua slovena vivono in Austria (Carinzia e Stiria) e in Ungheria.

Diffusione in Italia: lo sloveno è parlato nella frangia orientale della regione autonoma Friuli Venezia Giulia, al confine con la Slovenia. Occorre tuttavia tenere distinte, per motivi di ordine linguistico, storico e sociopolitico le comunità di lingua slovena della provincia di Udine da quelle stanziate nelle province di Gorizia e di Trieste. Le prime parlano varietà dialettali arcaiche, rimaste a lungo isolate rispetto alla madrepatria per la lunga appartenenza del loro territorio (la "Slavia Veneta") alla Repubblica di Venezia prima, al Regno Lombardo-Veneto e all’Italia nel 1866 poi; gli Sloveni della zona di Trieste e di Gorizia, passate all’Italia nel 1918 dopo aver fatto parte dei territori direttamente dipendenti dalla corona d’Austria, furono invece costantemente integrati nel contesto culturale e politico sloveno: inoltre, se la presenza di Slavi nelle due città e nei territori circostanti è fatto antico, essa fu costantemente rafforzata da flussi migratori protrattisi fino a tempi recenti. Ciò spiega tra l’altro come gli Sloveni di Trieste e Gorizia parlino la lingua standard o dialetti poco differenziati da essa. Le comunità di lingua slovena in provincia di Udine sono le seguenti: in Val Canale, nel comune di Malborghetto, le frazioni Valbruna, Bagni di Lusnizza, Santa Caterina, Ugovizza; nel comune di Pontebba, la frazione La Glesie San Leopoldo; nel Comune di Tarvisio le frazioni Camporosso, Cave del Predil, Fusine di Valbruna; in val Resia, il comune di Resia, nelle valli del Natisone i comuni di Lusevera, Taipana, Montenars, Tarcento, Nimis, Attimis, Faedis, Torneano, Pulfero, Savogna, Grimacco, Drenchia, S. Pietro al Natisone, San Leonardo, Stregna e Prepotto. In provincia di Gorizia, lo sloveno è parlato a Gorizia, Dolegna del Collio, Doberdò del Lago, Cormons, nelle frazioni di Monfalcone, a Ronchi dei Legionari, Sagrado, San Floriano del Collio, Savogna d’Isonzo. In provincia di Trieste, a Trieste, San Dorligo della Valle, Duino Aurisina, Sgonico, Monrupino, Muggia.

Considerazioni generali: in linea di massima le comunità di lingua slovena sono inserite in contesti di plurilinguismo, in convivenza con gruppi di lingua friulana o di dialetto veneto-giuliano: un caso limite è quello della zona di Tarvisio, ove, nello stesso comune, vi sono frazioni di lingua slovena, friulana e tedesca, le cui parlate vengono praticate, naturalmente, accanto alla lingua italiana. Il frazionamento dialettale della minoranza in Italia, come anche la diversa appartenenza amministrativa, rendono problematica l’adozione dello standard letterario sloveno come lingua-tetto per l’insieme delle comunità: mentre infatti gli Slavi di Trieste e di Gorizia si riconoscono pienamente nella lingua e nelle tradizioni culturali della vicina Repubblica di Slovenia - alle quali hanno dato anzi un contributo storicamente significativo -, i gruppi della provincia di Udine tendono in genere a porre l’accento sulla differenza dei loro dialetti dallo standard sloveno, per sottolineare la loro peculiarità storica e culturale.

Consistenza numerica: non si hanno dati ufficiali sulla consistenza della minoranza slovena in Italia: la stessa condizione di mistilinguismo che caratterizza le zone ove è diffuso l’elemento slavo, e anche i recenti flussi migratori provenienti dalla ex Iugoslavia rendono problematica, in assenza di un censimento linguistico, una quantificazione della popolazione di lingua slovena. Essa è tuttavia calcolabile con buona approssimazione tra un minimo di 80 e un massimo di 120.000 persone.

Status: in base alle normative di legge, lo sloveno è riconosciuto come lingua minoritaria dallo Stato Italiano. Nelle province di Trieste e di Gorizia la tutela della minoranza è legata ai trattati internazionali (ultimo quello di Osimo, ratificato nel 1977) che hanno regolato i rapporti tra l’Italia e la Iugoslavia prima, e la Slovenia poi, in materia di minoranze etnico-linguistiche. Nessuna forma di tutela , salvo quelle previste dalle leggi regionali, si riferisce invece alle comunità slovene della provincia di Udine, rimaste estranee alle vicende dell’immediato dopoguerra e alle questioni inerenti la sovranità di Trieste. Questa discriminazione trova un parallelo nella situazione dei gruppi Ladini delle province di Trento e Belluno, che non sono ammessi a fruire dei benefici previsti dagli accordi internazionali per le comunità ladine dell’Alto Adige. Uno specifico progetto di legge relativo all’intera minoranza di lingua slovena è di imminente approvazione presso il Senato.

Utilizzo pubblico: per le province di Trieste e Gorizia vigono in teoria condizioni di bilinguismo totale, analogamente a quanto previsto per il tedesco in Alto Adige e per il francese in Valle d’Aosta; nella pratica, la tutela della minoranza è legata soprattutto all’aspetto educativo e al settore dell’istruzione. Per le comunità slovene della provincia di Udine, fino ad oggi, non erano previste forme particolari di tutela o promozione della specificità linguistica.

Educazione: al fine di garantire l’uso dello sloveno sono state istituite nel 1961 scuole statali con lingua di insegnamento slovena nelle province di Trieste e di Gorizia, e un rappresentante del personale insegnante sloveno ha un seggio riservato nel Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. Per quanto riguarda le comunità slovene della provincia di Udine, l’uso didattico della lingua è affidato all’azione di associazioni culturali e gruppi di richiedenti, che possono comunque contare sul supporto didattico e organizzativo delle strutture organizzative della minoranza con sede a Gorizia e Trieste.

Media: le comunità di lingua slovena dispongono, soprattutto nelle zone di Trieste e di Gorizia, di una capillare organizzazione culturale, organizzata per circoli ricreativi e associazioni di vario genere, inquadrate principalmente nell’Unione Culturale Economica Slovena e nel Consiglio delle Organizzazioni Slovene. Anche attraverso queste istituzioni, la stampa in lingua slovena è particolarmente fiorente, e vanta tra l’altro un quotidiano ("Primorski Dnevnik"; stampato a Trieste), alcuni settimanali e diversi mensili; esistono inoltre trasmissioni radiofoniche in lingua slovena, anche prodotte dalla sede regionale RAI. Le comunità slovene possono inoltre fruire del contatto diretto con gli organi di stampa e i canali radiofonici e televisivi della vicina Slovenia, con la quale, soprattutto dopo la proclamazione dell’indipendenza, vigono intense e strettissime relazioni culturali.


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